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[Trad] LA BHAGAVAD GITA


LA BHAGAVAD GITA

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Krishna e Arjuna sul carro, dipinto indiano, XVIII-XIX secolo

Krishna ad Arjuna (circa 400 a.C.–200 d.C.) 700 versi, 18 capitoli

Di cosa si tratta: un dialogo di 700 versi tra il principe guerriero Arjuna e il dio Krishna, ambientato sul campo di battaglia di Kurukshetra all’alba di una catastrofica guerra civile. Arjuna, vedendo i suoi parenti, i suoi maestri e i suoi amici schierati su entrambi i fronti, getta a terra l'arco e si rifiuta di combattere. Krishna, che gli fa da auriga, risponde con diciotto capitoli di insegnamenti teologici che costituiscono il dialogo più completo giunto fino a noi tra un Dio e un essere umano. La Gita è inserita nel Mahabharata, il grande poema epico indiano, ma funziona come un trattato teologico a sé stante. Krishna rivela la natura dell'anima (Atman), la struttura del dovere cosmico (Dharma), i tre sentieri della liberazione: la conoscenza (Jnana Yoga), la devozione (Bhakti Yoga) e l'azione disinteressata (Karma Yoga) e, infine, rivela la Sua forma cosmica (Vishvarupa): la totalità di tutta l'esistenza contenuta nel corpo di un unico Dio.

Perché è importante: La Gita affronta la questione etica per eccellenza: come agisce una persona di coscienza in un mondo in cui l'azione stessa causa sofferenza? Il dilemma di Arjuna non è astratto: se combatte, uccide la propria famiglia; se non combatte, abbandona il suo dovere di guerriero e permette che l'ingiustizia prevalga. Questo è esattamente il dilemma codificato nell'Etica Zevistica della Morte e dell'Uccisione, in particolare nei Casi IV (Guerra Nazionale) e X (Comando Militare). La risposta di Krishna non è semplicistica: egli non dice “uccidi senza rimorso” né dice “rifiuta di combattere”. Egli dice: agisci in accordo con il tuo Dharma (dovere/Ma’at), senza attaccamento ai frutti dell’azione, offrendo ogni atto al divino. Questa è l’etica dell’anima attiva: non il ritiro, non l’indifferenza, ma l’azione impegnata purificata dall’ego.

La dottrina della Gita sull’anima eterna e indistruttibile (Atman) corrisponde esattamente al Ba/Akh egizio e all’anima immortale platonica. L’affermazione di Krishna «Io sono l’origine di tutto; da Me procedono tutte le cose» (10.8) è identica, dal punto di vista teologico, al frammento orfico: «Zeus è il primo, Zeus è l’ultimo, Zeus è tutte le cose e ciò che è più grande di tutte le cose». La rivelazione del Vishvarupa, la forma cosmica in cui Arjuna vede tutti gli esseri, tutti i tempi, tutti i mondi contenuti in un unico corpo divino, è l’equivalente visivo di ciò che gli stoici intendevano per Logos e di ciò che il quadro Zevistico intende per Zeus come intelligenza governatrice di tutto ciò che esiste.

Cosa trarne: L'anima è eterna e non può essere distrutta. Agire in conformità con la legge divina (Dharma/Ma’at) è il dovere dei viventi. L'azione altruistica, purificata dall'ego e offerta agli Dei, è la via più elevata. La devozione agli Dei è una via valida e completa. Il Dio che ti parla sul campo di battaglia della tua vita è lo stesso Dio che racchiude in Sé l'intero cosmo. Tutti i sentieri autentici conducono alla stessa vetta. Lo Zevista legge la Gita come un manuale per l'azione etica nelle condizioni più estreme, quelle che definiscono la condizione umana.

«Io sono l'origine di tutto. Da Me tutto ha origine.» Bhagavad Gita 10.8. Krishna esprime ciò che Zeus incarna. La voce è una sola. Il linguaggio cambia. La verità no.
 

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