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[Trad] Sul Nobile Parlare, Buona Condotta e Riverenza verso gli Dèi, contro l'Αισχρολογία (linguaggio volgare)

CBTS

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Mar 30, 2020
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Un sermone sul Nobile Parlare, Buona Condotta

e Riverenza verso gli Dèi, contro l'Αισχρολογία (linguaggio volgare)


dall'Alto Sacerdote Zevios Metathronos

Alla famiglia Zevista

I. Introduzione​

Il modo in cui una persona parla rivela chi egli è veramente. Le parole escono dalla bocca come acqua dalla sorgente, e la sorgente è l'anima. Se la sorgente è pulita, l'acqua è pulita. Se la sorgente è torbida, l'acqua è torbida.

Osserva le persone attorno a te per un anno. Lo schema si ripete.

Questo sermone insegna tre cose in una. In primo luogo, ciò che gli antichi filosofi dissero riguardo al nobile parlare e alla buona condotta, e come loro stessi parlavano nella vita quotidiana. In secondo luogo, quello che la psicologia moderna ha confermato in merito. Infine, l'insegnamento Zevista: il modo in cui parliamo degli Dèi rivela la grandezza della nostra anima, e che gli Dèi sono più favorevoli nei confronti di chi li onora con il dovuto rispetto.

𓂀
Un avviso speciale per gli Iniziati della Sala di Osiride - L'Apertura della Bocca

Gli insegnamenti di questo sermone si applicano ad ogni Zevista che percorre il cammino, e si applicano con una forza moltiplicata a chiunque abbia eseguito il Rituale dell'Apertura della Bocca (Wpt-r) messo a disposizione dalla Sala di Osiride. Questo non è un atto di devozione ordinario. È un'operazione ieratica che consacra la lingua, apre i canali interni della parola e allinea il parlato con il potere creativo di Ptah, Thoth ed i Logos. Una volta che è stato correttamente compiuto, la voce non opera più come prima. La parola che prima era lieve ora porta un peso. Le parole che prima si dissolvevano nell'aria ora lasciano una scia.

Questo è un grande dono ed altrettanto grande è la responsabilità. Chi ha ricevuto L'Apertura della Bocca deve pertanto controllare la propria lingua con una cura proporzionalmente maggiore rispetto al non iniziato. Non deve imprecare alla leggera, non deve parlare mosso da un odio feroce a meno che la causa non sia pienamente e gravemente giustificata, non deve maledire gli altri durante un momento di rabbia, e non dovrebbe sprecare il consacrato fiato in futili lamentele o sfoghi volgari. Le parole pronunciate da una bocca aperta portano con sé un enorme potere e tale potere è moralmente neutro: amplifica tutto ciò verso cui viene indirizzato, benedendo o maledicendo in primo luogo chi le pronuncia, e poi il mondo.

Un errato utilizzo di questa facoltà può rivelarsi catastrofico se si fa un costante uso negativo delle proprie parole. Gli Antichi Egizi avevano compreso il principio: la stessa Heka che anima una formula creatrice, se viene rivolta senza giustificazione contro un bersaglio, si ritorcerà come Izfet su chi lo pronuncia, poiché l'equilibrio cosmico di Ma'at non ammette nulla di tutto ciò. Lo Zevista che è stato così benedetto deve pertanto esercitarsi in un parlare misurato con la stessa serietà che riserva al rituale stesso, trattando ogni parola che esce dalla sua bocca come un'offerta su un piccolo altare.

Sebbene ciò rasenti l'impossibile nella pratica, le considerazioni sopra esposte mirano alla perfezione. La vita pratica, tuttavia, esiste ancora.

La regola è semplice. Parla adeguatamente, parla con verità, parla bene - ogni volta che ti è possibile. Quando l'occasione richiede la forza, usala: la lingua consacrata è anche una spada, e ci sono momenti in cui la spada deve essere brandita. Ma non farlo mai alla leggera, o per meschini rancori e non estrarla mai contro gli Dèi, gli antenati o i defunti consacrati.

Tale è la legge della Bocca Aperta. Onorala, e la bocca ti onorerà in cambio. ·· HPZM

II. Il modo in cui parli forma chi diventerai​

Ogni parola pronunciata da una persona viaggia in due direzioni. Arriva sia all'ascoltatore che alle orecchie di chi le pronuncia. Ogni frase penetra nel sistema nervoso dell'oratore prima ancora di lasciare la stanza.

Quando un uomo insulta un altro guidatore dall'interno della sua macchina, da solo, con i finestrini alzati, nessuno viene ferito tranne che l'uomo stesso. Ha appena addestrato il proprio cervello. Ha appena portato il proprio sistema nervoso più vicino ad uno stato di degrado.

Eraclito lo scrisse in quattro parole:

Ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων.

Il carattere è il daimon dell'uomo.

(Eraclito, frammento B 119)

Il daimon, nell'antico pensiero Greco, è lo spirito interiore che plasma il destino dell'uomo. Eraclito afferma dunque che il carattere stesso è destino. E il carattere si costruisce con piccoli atti. La maggior parte di questi piccoli atti sono parole.

III. Gli antichi non imprecavano verbalmente (Nota: non magicamente; quello è un altro discorso)​


Questa parte merita attenzione, non è nota all'uomo moderno. I grandi filosofi dell'antichità, quasi senza eccezioni, non usavano linguaggio volgare. Consideravano il parlare in modo volgare un segno di debolezza del carattere, e lo affermavano esplicitamente.

Aristotele ne parla in modo diretto nell'Etica Nicomachea. Fa distinzione tra l'eutrapelos, l'uomo di arguzia raffinata, ed il bomolokhos, il buffone. Il buffone cerca la risata facile, la battuta oscena, la parola sconcia. Il verdetto di Aristotele su questo tipo è semplice:

Οἱ τῷ γελοίῳ ὑπερβάλλοντες βωμολόχοι δοκοῦσιν εἶναι καὶ φορτικοί.

Coloro che eccedono nel ridicolo sono stimati buffoni e volgari.

(Aristotele, Etica Nicomachea IV.8, 1128a4-5)

Nella Politica va anche oltre. Parlando in veste di legislatore, afferma che il turpiloquio (αἰσχρολογία, aischrologia) debba essere bandito dalle città così come si bandirebbe qualsiasi altra forma di corruzione:

Πρῶτον μὲν οὖν δεῖ ἐξορίζειν ἐκ τῆς πόλεως αἰσχρολογίαν.

In primo luogo, si deve bandire il linguaggio volgare dalla città.

(Aristotele, Politica VII.17, 1336b3-4)

La motivazione di Aristotele è di natura psicologica ed è degna di nota: lui afferma che parlare in modo indecente porta ad agire in modo indecente. La parola volgare è una preparazione all'atto volgare.

Platone è altrettanto rigoroso. Nella Repubblica i guardiani della città giusta non devono mai imitare il parlato degli schiavi, degli ubriachi o di uomini che si scambiano rimproveri e ingiurie (Repubblica III, 395d-e). Nelle Leggi prescrive sanzioni legali per le offese verbali e vieta ai cittadini di insultarsi l'un l'altro in pubblico (Leggi XI, 934e-935a). Platone ritiene che la volgarità sia contagiosa. L'anima che la ascolta inizia ad assumerne la forma.

I Pitagorici erano ancora più ferrei. A loro non era neanche concesso di giurare invano nel nome degli Dèi, come accade oggi quando le persone dicono "Lo giuro su Dio!" per la mera abitudine di mentire continuamente e quotidianamente. I giuramenti sui nomi degli Dèi sono potenti, veri e vincolanti e non dovrebbero essere pronunciati alla leggera. Una prova che gli Dèi dello Yehubor non esistono è che essi pronunciano giuramenti vani. Quando bastava un si o un no, i Pitagorici dicevano si o no, non "giuravano sugli Dèi" invano. Quando un giuramento era davvero necessario, giuravano su Pitagora stesso, solo in casi eccezionali su Zeus o Apollo. Diogene Laerzio riporta la regola:

Ἀπαγορεύειν ὀμνύναι θεούς· δεῖν γὰρ αὑτὸν παρέχειν ἀξιόπιστον.

Proibiva di giurare sugli Dèi, asserendo che un uomo debba rendersi degno di fede mediante la propria condotta.

(Diogene Laerzio, Le Vite dei Filosofi VIII.22 (su Pitagora))

Marco Aurelio, imperatore di Roma con potere assoluto su milioni di uomini, utilizzò il libro in apertura delle Meditazioni per elencare ciò che aveva appreso da ciascuno dei suoi insegnanti. Da Alessandro di Cotieno riporta questa lezione: non redarguire mai alcuno per un linguaggio povero o rozzo, ma proporre con delicatezza la forma corretta (Meditazioni 1.10). Dal padre adottivo Antonino Pio ricorda l'assenza di qualsiasi linguaggio aspro, mordace o borioso (Meditazioni I.16). L'imperatore non imprecava e non si lamentava. Era questo l'insegnamento essenziale.

Gli stoici raccomandavano in genere ciò che Epitteto definiva parlare solo del necessario, con poche parole (Manuale di Epitteto 33.2). Chiaramente, questo non deve essere portato all'estremo. Ciò che voglio far trasparire, è che in generale bisogna curarsi del proprio modo di parlare. Le volgarità sono per definizione inutili; a meno che non siano giustificate da rabbia estrema o da situazioni terribili. C'è sempre un modo più pulito per dire la stessa cosa. L'uomo che impreca per un nonnulla è un uomo che non si è preso la briga di pensare.

Si distingue però una celebre eccezione: Diogene il Cinico, che utilizzò intenzionalmente un linguaggio brusco e scandaloso come metodo filosofico. Ma Diogene è l'eccezione che conferma la regola. Era famoso proprio perché la sua spudoratezza si distingueva rispetto alla consuetudine universale del decoro filosofico. E si noti attentamente: Diogene non usò mai volgarità nei confronti degli Dèi. Prendeva di mira la vanità e la presunzione, lasciando in pace il divino.

Lo schema è costante attraverso le scuole. Pitagorici, Platonici, Aristotelici, Stoici, Epicurei (Epicuro, secondo Diogene Laerzio X.10, era celebre per la sua gentilezza nel parlare): tutti convergono. La persona colta si esprime in modo pulito. La lingua rozza appartiene all'anima incolta.

IV. La Psicologia delle Maniere​

La psicologia moderna afferma le stesse cose degli antichi, ma con un diverso linguaggio.

Il tono vagale di una persona, ovvero lo stato a riposo del sistema nervoso parasimpatico, si plasma nel tempo attraverso la parola. Chi parla abitualmente in modo pacato e misurato, sviluppa uno stato di base più calmo. Chi abitualmente urla, impreca ed utilizza un linguaggio rozzo, sviluppa uno stato di base più infiammato. Lo confermano il lavoro di Stephen Porges e la teoria polivagale. Basta osservare due uomini anziani: uno che ha sempre parlato con gentilezza per tutta la vita e l'altro che ha parlato sempre in modo volgare. La differenza si percepisce dall'aspetto ancor prima che possano aprir bocca.

William James scrisse nel 1890:

Siamo tristi perché piangiamo, siamo spaventati perché tremiamo, arrabbiati perché reagiamo.

(L'azione precede il sentimento. Pertanto, una persona diviene gentile parlando con gentilezza, non aspettando di sentirsi tale.)

(William James, Principi di Psicologia, vol. II, cap. 25)

Un comportamento educato, mantenuto giorno dopo giorno, crescerà sino a formare un carattere cortese. Il contrario è altrettanto vero: le maniere rozze formano un carattere rozzo.

I neuroni specchio, scoperti negli anni novanta dal gruppo di ricerca di Giacomo Rizzolatti a Parma, mostrano che il cervello attiva gli stessi percorsi neuronali sia quando un individuo osserva un'azione, sia quando è egli stesso a compierla. Di conseguenza, chi si accompagna a persone che parlano in modo volgare diventa egli stesso un uomo dal linguaggio volgare, anche se non apre mai bocca. Il cervello ha già interiorizzato gli schemi. Teognide di Megara metteva in guarda su questo 2500 anni fa:

Ἐσθλῶν μὲν γὰρ ἀπ' ἐσθλῶν διδάξεαι· ἢν δὲ κακοῖσιν συμμίσγῃς, ἀπολεῖς καὶ τὸν ἐόντα νόον.

Dal nobile apprenderai nobili cose. Ma se ti mescoli con i vili, perderai persino il senno che hai.

(Teognide 35-36)

Carl Rogers fondò la sua pratica clinica su di una singola osservazione: quando il terapista tratta il paziente con ciò che Rogers chiamava "considerazione positiva incondizionata", il paziente inizia a guarire. Lo Zevista deve capire l'importanza di questo. Il modo con cui ti rivolgi a qualcuno è molto più che un semplice mezzo per trasmettere informazioni. È di per sé un intervento nel sistema nervoso di quella persona, per guarire o per nuocere.

Carl Jung definì il fenomeno della proiezione. Qualsiasi cosa un individuo non riesce ad accettare dentro di sé, lo combatte all'esterno. L'uomo che maledice gli Dèi attacca nient'altro che la sua capacità di riverenza, poiché gli Dèi sono incorruttibili e rimangono illesi dalle sue parole.

V. Gli Dèi e la Persona Riverente​


Gli Dèi rispondono in modo positivo ad un linguaggio rispettoso, poiché siamo noi stessi a rispondere loro positivamente e aprire il canale necessario, quando rivolgiamo loro parole positive. Al contrario, coloro che parlano agli Dèi come se fossero i loro fratelli minori, o peggio, i loro servi, avanzando pretese o trattandoli con bassezza, riceveranno un trattamento altrettanto meschino. Ciò premesso, non c'è bisogno di essere presuntuosi o finti nel nostro parlare, ma è vivamente raccomandato un rispetto formale quando ci si rivolge agli Dèi.

La legge della simpatia universale governa ancora la relazione. I Neoplatonici la chiamavano "sympatheia ton holon", la simpatia del tutto. Il simile attrae il simile. L'anima riverente apre un canale mediante il quale la grazia divina può fluire. L'anima irriverente, invece, chiude quello stesso canale per atto proprio, in modo indipendente dagli Dèi. Gli Dèi non puniscono l'irriverente, ma è esso stesso a punirsi isolandosi da una corrente che altrimenti lo avrebbe aiutato.

Giamblico insegnò in De Mysteriis Aegyptiorum che una preghiera correttamente pronunciata allinea l'anima dell'operatore con il volere eterno degli Dèi. Il devoto diviene quindi qualcosa di nuovo.

Il modo in cui parli di un Dio conta più di quanto tu creda. Quando pronunci Zeus con rispetto, addestri la tua stessa anima a riconoscere la maestà; ne benefici tu in primo luogo, e non il Dio (che è già degno di reverenza, che tu lo riconosca o meno).
Similmente, i blasfemi e coloro che parlano miseramente puniscono se stessi, perché sminuiscono la propria dignità che come viene riflessa da Zeus, ritorna loro indietro. Quando pronunci Zeus alla leggera, come imprecazione o come scherzo, addestri la tua anima a riconoscere cose simili. Il Dio rimane illeso da un linguaggio negativo e meschino. È chi parla a ridursi, creando così un allontanamento.

Platone scrisse nelle Leggi:

Ὁ θεὸς ἡμῖν πάντων χρημάτων μέτρον ἂν εἴη μάλιστα.

Il Dio è per noi la massima misura di tutte le cose.

(Platone, Leggi IV, 716c)

Quando Dio è la misura, il tuo parlare ritrova la giusta misura. Quando, invece, poni te stesso come misura, il tuo linguaggio tende verso ciò che ti soddisfa nel momento, che il più delle volte è volgare.

VI. Riverenza come Specchio della Propria Dignità​


Veniamo ora agli insegnamenti più profondi. Il modo in cui parli degli Dèi, il modo in cui li immagini, il modo in cui li nomini: tutto questo rivela il rapporto che hai con la tua stessa natura superiore. In altre parole, nomi indegni, dogmi ostili e, sotto ogni aspetto, una comprensione inferiore riguardo agli Dèi, danneggiano sia il modo in cui Essi vengono percepiti sia la tua stessa percezione del Divino, rendendoti di fatto più stolto.

Platone scrisse la regola nel Teeteto. Il fine della vita filosofica è l'homoiosis theo kata to dynaton, il divenire simili a Dio per quanto è possibile (Teeteto 176b). Qualsiasi immagine degli Dèi porti in te, finirai lentamente per assomigliargli. Se i tuoi Dèi sono mostri di Halloween, isolazionisti, stolti e meschini, come immondi rospi, anche tu diverrai tale. Allo stesso modo, il modo in cui ti rivolgi a Loro, la tua percezione e il complesso di inferiorità che proietti su di Loro per tentare di abbassarLi al tuo livello, non fa che rinchiuderti nella tua stessa, misera limitazione.

Analogamente, se Li vedi come luminosi, regali, magnanimi, crescerai verso quelle qualità. Se invece Li vedi come tiranni, o come assenti, o come meschini, o come personaggi di secondo piano, allo stesso modo proietti tutto questo su te stesso.

Proprio per la stessa ragione, re, regine e figure di alto rango venivano trattati con riverenza e rispetto tra gli Iniziati e i Mistici dell'antichità, perché quando rispetti chi è più avanzato, elevi te stesso di conseguenza. Più cerchi di soddisfare il tuo complesso di inferiorità nel nome dell'"uguaglianza", più distogli la tua mente dal riconoscere chi è superiore, rendendoti quindi sempre meno evoluto.

Quando ci si rifiuta di dipingere Zeus come un patriarca senile e "il caduto della Bibbia", Afrodite come "Prostituta", Artemide come "Spietata" o Era come "Moglie gelosa" o di rivestire gli Dèi di nomi inferiori i quali producono un'isosefia incoerente, o adottare forme volgari e un approccio approssimativo, o qualunque altra cosa del genere; chi agisce così tiene al riparo la propria anima dall'interiorizzare quelle caricature. Se invece interiorizzi delle caricature, diverrai tu stesso una caricatura e la responsabilità è solo tua. Ciò che spetta a me, come Alto Sacerdote degli Dèi, è spiegarvi come assumere una condotta appropriata per diventare la versione migliore di voi stessi. Siete liberi di scegliere cosa fare con la conoscenza che vi è stata trasmessa.

Sappiate, tuttavia, che il modo in cui definite le cose non significa che esse siano realmente come le vedete. Il danno di un linguaggio di quel tipo ricade su voi stessi. Rivolgersi a Zeus come fosse vostro "fratello" non fa di Lui il vostro "fratello" e parlare con bassezza delle entità superiori non vi avvicina a Loro.

La riverenza è come un fiume a due sensi. Fluisce verso gli Dèi e ritorna al riverente, portando con sé una condotta appropriata.

VII. Regole pratiche per la vita quotidiana​


Un insegnamento che non raggiunge la cucina, la macchina e la cassetta della posta non è realmente un insegnamento. Perciò le regole qui sotto sono scritte in modo semplice. Lo Zevista che le osserverà vedrà la propria vita cambiare in un batter d'occhio, se le mette in pratica. Non sono facili e richiedono una pratica costante, ma vedrai che ti trasformeranno se le applichi.

Al risveglio. Le tue prime parole della giornata stabiliscono il tono di tutto ciò che segue. Saluta gli Dèi, anche brevemente: "Grande è Zeus [o il nome del tuo Guardiano]". Tre secondi. Poi assicurati che le tue prime parole del giorno rivolte ad altre persone non siano dettate dalla rabbia. Non lamentarti continuamente del tempo (ndt. inteso come meteo), come se questo potessi cambiarlo. Accogli la vita nel giusto modo.

Nel traffico. L'altro conducente non può sentirti. Le tue urla contro di lui, per qualsiasi cosa stia facendo, non lo sfiorano minimamente. Maledirlo nuoce a un solo sistema nervoso: al tuo. Guida in silenzio o ascolta della musica; se ti sale la rabbia, non rimuginarci su per 12 ore. Se devi parlare o discutere per qualche valido motivo, allora è giustificato. Se discuti perché le macchine non vanno nel verso che vorresti tu, allora ti stai solamente tormentando; le altre macchine non si muoveranno secondo il tuo volere.

Da solo. Ciò che dici a te stesso quando nessuno può sentirti è la prova più autentica. I Pitagorici credevano che gli Dei ascoltassero sempre, e avevano ragione in questo senso pratico: i daimon dentro di te sono sempre in ascolto. Come parli a te stesso?

Online. Non scrivere in alcun messaggio, post o email ciò che non diresti direttamente in faccia a qualcuno. Se una bozza contiene la solita spazzatura tipica delle entità infantili di internet, cancellala e riscrivi. Internet è una piazza pubblica; parla come faresti in un luogo pubblico.

Quando sei arrabbiato. Fai 10 respiri prima di dire qualsiasi cosa. Gli Stoici lo chiamano prosoche (προσοχή), vigilanza. Musonius Rufus disse: se non lo diresti la mattina seguente, non dirlo questa sera.

Di fronte agli insulti. Marco Aurelio fornisce la regola (Meditazioni VI.6): Il miglior modo di difesa è il non pareggiarsi all’offensore. Se qualcuno ti insulta, rimani in silenzio o rispondi con parole misurate. Hai appena vinto lo scontro, anche se nessun altro lo capisce. È indubbiamente molto difficile, ma vale la pena metterlo in pratica nella maggior parte dei casi.

Con chi è di rango inferiore. Il modo in cui parli al cameriere, all'addetto alle pulizie, al dipendente più giovane, al bambino, al nuovo Zevista: questa è la misura più autentica del tuo carattere. Chiunque può essere cortese con chi sta sopra di lui perché c'è di mezzo il potere. L'uomo che è gentile con chi gli è inferiore mostra invece un carattere autentico.

Quando sbagli. Sbaglierai. Scusati una volta, in modo semplice ed onesto, prendi coscienza dello sbaglio e passa oltre. Non umiliarti. Non accampare scuse per non rimediare. Se hai commesso un errore, l'hai commesso; vai avanti e non ripeterlo. Non ripetere l'offesa per drammatizzare le scuse e riavviare continuamente discussioni senza fine. "Sono stato scortese. Mi dispiace. Non succederà più." Poi torna al lavoro.

Sui pettegolezzi. Prima di parlare di qualcuno che non è presente nella stanza, chiediti: lo direi se entrasse in questo momento? Il pettegolezzo può essere divertente, ma oltre un certo limite può assorbire la tua mente risucchiandola nel nulla della tua giornata.

Sui nomi divini. Non pronunciare nomi divini alla leggera, senza motivo. Quando dici "per Zeus" o "per gli Dèi", pensalo davvero. Questi nomi portano potere con sé. Spendili come monete dal valore inestimabile.

A fine giornata. Rivedi il tuo parlare, come raccomandavano i Pitagorici nei Versi Aurei: dove ho parlato con asprezza? chi ho offeso, anche solo leggermente? quale parola gentile ho taciuto? Tre minuti di sincero esame la sera rimodellano il giorno seguente prima ancora che inizi. Fai riferimento alla Meditazione Pitagorica nella sezione del Tempio di Zeus. Ti aiuterà a comprendere meglio te stesso. Per ricordarvi dell'affermazione fondamentale di Pitagora:

Μηδ' ὕπνον μαλακοῖσιν ἐπ' ὄμμασι προσδέξασθαι, πρὶν τῶν ἡμερινῶν ἔργων τρὶς ἕκαστον ἐπελθεῖν· πῇ παρέβην; τί δ' ἔρεξα; τί μοι δέον οὐκ ἐτελέσθη

Non lasciare che il dolce sonno ti chiuda gli occhi, prima di aver ripercorso tre volte ciascuna delle azioni della giornata: dove ho sbagliato? cosa ho fatto? quale dovere ho lasciato incompiuto?

(Versi Aurei di Pitagora, righe 40-42)

VIII. Benedizioni finali​


Se come Zevista percorri questo cammino, noterai dei cambiamenti nella tua vita nel giro di pochi mesi, se lo metti in pratica. Le persone intorno a te diventeranno più gentili; non sarà magia, sarà letteralmente il tuo comportamento. Inizierai a comprendere che l'interazione con gli altri ha la sua importanza. Il tuo sonno diventerà più profondo. Le piccole ferite dell'esistenza quotidiana non avranno più presa su di te. Scoprirai che gli Dèi, che non si sono mai mossi, ora ti sembrano più vicini, perché hai finalmente eliminato il rumore che ti impediva di sentirLi.

Onore e gloria agli Dèi, sia benedetta la parola di ogni Zevista.

ZEFS AENAOS

Alto Sacerdote Zevios Metathronos



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