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[Trad] Vivere la tua vita: il sacro gioco dell’esistenza

SaqqaraNox [NG]

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Living Your Life: The Sacred Game of Existence
Sommo Sacerdote Zevios Metathronos
25 aprile 2026

Vivere la tua vita: il sacro gioco dell’esistenza

Perché l’esistenza è un dono che deve essere giocato pienamente, perché gli Dèi resero la vita bella nella sua totalità e come lo Zevismo sia una Filosofia per Coloro che Scelgono di Vivere

Autore: Sommo Sacerdote Zevios Metathronos

Un’argomentazione esaustiva, fondata sulle tradizioni antiche greca, egizia, mesopotamica, vedica e norrena, secondo cui la vita, nella sua pienezza, costituisce il valore sacro centrale di ogni autentico cammino spirituale pre-abramitico. Il presente studio si apre con l’epigramma di Pallada di Alessandria sulla vita quale gioco sacro, stabilisce che lo Zevismo abbraccia la totalità dell’esperienza umana (amore, cuore spezzato, perdita, vittoria, prova, errore e crescita), dimostra, attraverso le parole dirette degli Dèi, che l’esistenza deve essere vissuta anziché rifuggita, percorre le grandi epopee quali inni alla pienezza del vivere, e si conclude con l’insegnamento Zevista secondo cui il Tempio di Zeus è stato edificato per amore della vita, per aiutare il suo popolo a vivere più pienamente e che l’evasione dal mondo, la negazione del mondo e il falso ascetismo sono forme di Izfet che l’intero mondo antico ha rigettato.

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Il Gioco Sacro
La vita è il palcoscenico sul quale l’anima umana compie la sua opera più grande. Gli Dèi non ci hanno posti qui affinché sopportassimo l’esistenza, ma affinché la vivessimo come un gioco con abilità, con passione, con tutta l’intensità di un essere che sa che ogni momento è al tempo stesso dono e creazione. Il mondo antico lo comprendeva. Lo Zevismo lo recupera.

Prologo: l’epigramma che contiene una Civiltà


Nel IV secolo E.V., mentre gli antichi templi di Alessandria venivano abbattuti dalle folle e l’antica sapienza dell’Ellade veniva sospinta nella clandestinità, un maestro pagano di nome Pallada scrisse un epigramma di due versi che condensava l’intera filosofia del vivere in un unico respiro. L’epigramma è conservato nell’Antologia Greca (10.72), e recita:

Σκηνὴ πᾶς ὁ βίος καὶ παίγνιον· ἢ μάθε παίζειν
τὴν σπουδὴν μεταθείς, ἢ φέρε τὰς ὀδύνας.


Tutta la vita è un palcoscenico e un gioco: o impara a giocarlo,
deponendo la tua serietà, oppure sopportane i dolori”. ¹

Due versi. Una scelta. L’intera filosofia umana distillata in un distico da un uomo che osservava la propria civiltà crollare attorno a sé.

Pallada non afferma che la vita sia qualcosa di triviale. Egli dice che la vita è un gioco, un παίγνιον (paígnion), e un palcoscenico, una σκηνή (skēnḗ). La parola greca per “gioco” non reca alcun senso di frivolezza. Un gioco è qualcosa che si gioca con abilità, intensità e coinvolgimento. I Giochi Olimpici erano sacri a Zeus. I Giochi Pitici erano sacri ad Apollo. Le feste dionisiache erano rappresentazioni teatrali del più profondo significato religioso. Chiamare la vita un gioco significa chiamarla qualcosa che richiede la tua piena partecipazione, la tua presenza totale, la tua disponibilità a esservi dentro pienamente.

E la scelta che Pallada offre è netta. Impara a giocare. Oppure soffri. Non vi è una terza possibilità. Non ti è concesso sedere tra gli spettatori. Sei già sul palcoscenico. L’unica domanda è se interpreterai la tua parte con abilità e grazia, oppure se vi incederai inciampando nel risentimento, desiderando di essere altrove.

Il presente studio è una meditazione estesa sul distico di Pallada, su ciò che significa che l’intero mondo antico, attraverso ogni civiltà e ogni tradizione sacra, abbia insegnato un’unica dottrina coerente riguardo alla vita: vivila. Non sopportarla. Non sfuggirle. Non negarla. Vivila. In pienezza. Con tutta la sua bellezza, tutta la sua sofferenza, tutta la sua confusione e tutta la sua dolcezza.


Parte prima: la bellezza dell’esperienza completa

Perché gli Dèi ci donarono ogni cosa


La vita umana contiene l’amore. Contiene la delusione amorosa. Contiene la prima volta in cui tieni in braccio tuo figlio e l’ultima volta in cui stringi tuo padre o tua madre. Contiene trionfi così inebrianti da toglierti quasi il respiro e sconfitte così schiaccianti da impedirti quasi di restare in piedi. Contiene l’alba sull’oceano e le notti insonni del dubbio. Contiene la scoperta della propria vocazione e le stagioni in cui quella vocazione sembra smarrita. Contiene amicizie che ti fanno sentire invincibile e tradimenti che ti fanno mettere ogni cosa in discussione. Contiene la giovinezza e la vecchiaia, la salute e la malattia, l’abbondanza e la mancanza. Contiene risate che sorgono dal nulla e dolori che sembrano provenire da ogni luogo.

Tutto questo è il dono.

Il mondo antico comprendeva qualcosa che gran parte del mondo moderno ha dimenticato: la bellezza della vita non si trova soltanto nelle parti piacevoli. La bellezza è nella completezza. Una canzone composta da una sola nota non è una canzone. Una storia con soli momenti felici non è una storia. Una vita fatta soltanto di conforto non è una vita. La bellezza emerge dalla totalità, dall’intreccio di luce e ombra, dal contrasto tra ciò che si sperava e ciò che è giunto, dal modo in cui il cuore si espande per accogliere insieme gioia e dolore e scopre, in quella espansione, che era sempre stato più grande di quanto immaginasse.

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L’arco completo
Amore, lotta e saggezza sono tre movimenti della stessa sinfonia. Gli Dèi non hanno concepito l’esistenza perché fosse sopportata in un unico registro. L’hanno composta in una piena estensione orchestrale: la tenerezza della giovinezza, il fuoco della maturità, la profondità della vecchiaia. Ogni fase è sacra. Ognuna è necessaria. Ognuna è bella.

L’Amore e ciò che ne segue

Considera l’amore. La prima volta che ci si innamora, il mondo si ricostruisce attorno a una sola persona. I colori sono più intensi. La musica significa qualcosa che non aveva mai significato prima. Il corpo vibra su una frequenza che non si sapeva di poter generare. Ogni poeta di ogni civiltà ha tentato di catturare questa esperienza e ogni poeta ha ammesso la propria sconfitta, perché essa eccede il linguaggio. Saffo, nel celebre Frammento 31, descrive la sensazione di vedere l’amata e sentire la lingua spezzarsi, la pelle bruciare, la vista offuscarsi, le orecchie ronzare. La chiama qualcosa di vicino alla morte. Aveva ragione. L’amore è una piccola morte del vecchio sé e la nascita di uno nuovo.

E poi: il cuore spezzato. L’amato se ne va, o cambia, o muore, o semplicemente si rivela essere qualcuno diverso da come era stato immaginato. Il mondo che si era ricostruito attorno a lui o a lei crolla. I colori diventano grigi. La musica si interrompe. Il corpo duole per un’assenza così fisica da sembrare una malattia.

Il cuore spezzato è parte della bellezza? Sì. Perché senza la possibilità del cuore spezzato, l’amore non avrebbe alcun peso. Sarebbe decorazione, non esperienza. Sarebbe una sensazione gradevole senza posta in gioco, come un bagno caldo. Il fatto che l’amore possa distruggerti è precisamente ciò che lo rende abbastanza potente da trasformarti. Gli antichi Greci lo avevano compreso con perfetta chiarezza. Eros era un arciere. Le sue frecce facevano sanguinare. L’amore non è mai stato sicuro. Non era mai destinato ad esserlo.

Lo Zevista non insegue la sofferenza. Lo Zevista non idealizza il dolore. Ma lo Zevista comprende che una vita vissuta nella sua pienezza conterrà sia la freccia sia la ferita, e che entrambe appartengono all’esperienza umana nella sua completezza. La persona che ha amato profondamente e ha perduto profondamente ha vissuto più della persona che non ha mai rischiato nessuna delle due.

Esplorazione, scoperta e la fame di conoscere

Odisseo impiegò dieci anni per tornare a casa. Avrebbe potuto accettare l’offerta di Calipso di vivere in un’isola immortale. Rifiutò. Scelse il mare pericoloso, le rive sconosciute, la possibilità del fallimento e della morte, perché voleva rivedere Itaca. Voleva rivedere sua moglie e suo figlio. Voleva tornare a casa. L’Odissea è l’epopea fondativa occidentale dell’esplorazione e il suo insegnamento più profondo è che il viaggio e la destinazione sono entrambi sacri. Le tempeste contano. I naufragi contano. I momenti di disperazione su spiagge straniere in paesi ignoti contano. Fanno parte del ritorno.

Ogni vita umana contiene una qualche versione di questo viaggio. La prima volta che si lascia la casa dei genitori. La prima volta che si entra in un paese straniero. La prima volta che si apre un libro che cambia il modo in cui si vede il mondo. La prima volta in cui si comprende che tutto ciò che si credeva di sapere era incompleto, e che il vero apprendimento sta appena iniziando. Questi momenti di scoperta, di espansione, del sé che diventa più grande di quanto fosse il giorno prima, sono tra le cose più belle che un essere umano possa vivere. E non possono accadere senza rischio. Non possono accadere senza la disponibilità a lasciare il noto ed entrare nell’ignoto. Non possono accadere a chi resta a casa.


Parte seconda: prova, errore e la gioia dell’apprendimento

Gli errori come terreno sacro

Nello Zevismo, gli errori non sono peccati. Non sono la prova di una corruzione fondamentale. Non sono la dimostrazione che tu abbia bisogno di una salvezza esterna da una condizione in cui sei nato. Gli errori sono il sottoprodotto naturale, atteso e necessario di un essere che sta imparando. Un bambino che impara a camminare cade. Il cadere fa parte del camminare. Un apprendista che impara un’arte produce opere imperfette. Le imperfezioni fanno parte della maestria. Un’anima che impara a vivere commette errori di giudizio, errori di passione, errori di ignoranza. Gli errori fanno parte dell’educazione.

Questa è la comprensione Zevista della prova e dell’errore: è il metodo stesso dell’esistenza. Gli Dèi non hanno creato prodotti finiti. Hanno creato esseri dotati della capacità di crescere, e la crescita richiede l’attrito del fallimento. Aristotele ha formulato il principio con precisione nell’Etica Nicomachea: la virtù si acquisisce con la pratica, non con la teoria, e la pratica include necessariamente il non raggiungere il bersaglio prima di imparare a colpirlo con costanza².

Aristotele, Etica Nicomachea:

“Le virtù le acquisiamo esercitandole, come avviene anche nel caso delle arti. Infatti, le cose che dobbiamo imparare prima di poterle fare, le impariamo facendole: per esempio, gli uomini diventano costruttori costruendo e suonatori di lira suonando la lira³”.

Si diventa capaci di vivere vivendo, non evitando la vita finché non si sia compreso come viverla perfettamente. Il concetto stesso di perfezione prima del coinvolgimento è una trappola. È la trappola che mantiene le persone immobili ai margini del campo, timorose di agire perché potrebbero agire in modo errato. Lo Zevista entra nel campo. Lo Zevista prende parte al gioco. Lo Zevista cade, si rialza, impara, si corregge e torna a giocare. La gioia risiede nell’apprendimento stesso, nella sensazione di avvicinarsi sempre di più, di comprendere oggi più di ieri, di vedere emergere un ordine dal caos dell’esperienza accumulata.

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Rialzarsi dopo la caduta
Il lottatore che non è mai stato atterrato non ha mai veramente lottato. Nell’antico ginnasio, cadere faceva parte dell’addestramento, e la mano che ti aiutava a rialzarti era la mano di un amico. La comprensione zevista degli errori è identica: essi sono il terreno d’addestramento dell’anima, e ogni caduta contiene il seme di una risalita.

Gli Dèi stessi appresero attraverso l’esperienza

Considera i miti. Zeus non iniziò come sovrano del cosmo. Rovesciò i Titani. Combatté. Elaborò strategie. Strinse alleanze. Corse rischi che avrebbero potuto condurre a una sconfitta definitiva. Apollo, Dio della luce, della musica e della profezia, servì come mandriano presso il re Admeto quale conseguenza delle proprie azioni. Atena conquistò il proprio posto tra gli Olimpici attraverso una saggezza dimostrata, non mediante una passiva eredità. Gli Dèi stessi sono raffigurati nei miti come esseri che agiscono, che lottano, che affrontano conseguenze e che crescono attraverso il processo stesso.

Se gli Dèi stessi non sono al di sopra del processo di confronto con la realtà, come potrebbero esserlo i loro figli? La tradizione Zevista insegna che gli esseri umani sono figli degli Dèi, portatori della scintilla divina, esseri incamminati verso lo stato del Theophoros. Quel cammino conduce attraverso la vita, attraverso il pieno coinvolgimento nell’esistenza in tutte le sue dimensioni. Non conduce attorno alla vita, né al di sopra di essa, né lontano da essa. La scorciatoia che aggira l’esperienza non esiste.


Parte terza: contro l’evasione dalla realtà

Il Tempio è stato edificato per la vita

Il Tempio di Zeus esiste perché qualcuno amò la vita abbastanza da edificare una dimora per essa.

Questo punto deve essere affermato con assoluta chiarezza, poiché il moderno mercato spirituale è inondato di sistemi che promettono fuga. Fuga dalla sofferenza. Fuga dal mondo materiale. Fuga dal corpo. Fuga dal desiderio. Fuga dall’emozione. Fuga dalla realtà. Questi sistemi presentano l’esistenza come un problema da risolvere, una prigione da cui evadere, una malattia da guarire. Insegnano che il mondo fisico sia decaduto, o illusorio, o malvagio. Insegnano che lo scopo della pratica spirituale sia uscirne: uscire dal corpo, uscire dal ciclo della nascita, uscire dal piano materiale, uscire dal coinvolgimento con il mondo che gli Dèi hanno creato.

Lo Zevismo rigetta tutto questo integralmente.

Il Tempio di Zeus è stato creato per aiutare le persone a vivere. Per aiutarle a vivere più pienamente, più consapevolmente, più potentemente, più splendidamente. I suoi rituali rafforzano il praticante per il confronto con la vita. Le sue meditazioni rischiarano la mente affinché la vita possa essere percepita con maggiore chiarezza. La sua teologia offre una struttura entro la quale la totalità dell’esperienza umana acquista senso: la sofferenza, la gioia, la confusione, la lucidità, la perdita, la scoperta. La sua comunità offre compagnia lungo il cammino.

L’evasione dalla realtà è una forma di Izfet. È il rifiuto del dono. È il bambino che respinge il pasto perché il pasto contiene sapori sconosciuti. È l’anima che rigetta l’esistenza perché l’esistenza contiene difficoltà. Il mondo antico aveva un termine per indicare la persona che si ritraeva dalla vita per una falsa pretesa spirituale: la chiamavano argos (ἀργός), inerte, e i Greci consideravano l’inerzia una disgrazia, un venire meno al dovere fondamentale dell’essere umano, che è partecipare.

La dolcezza che si cela dietro ogni cosa

Vi è una dolcezza dietro l’esistenza che colui che ha vissuto pienamente comincia a percepire. Non è la dolcezza di una felicità ininterrotta. È qualcosa di più profondo e più enigmatico. È la dolcezza che nasce dall’essere stati presenti all’intera vicenda: le vittorie e le sconfitte, le unioni e le separazioni, i mattini della speranza e le notti dell’esaurimento. È la dolcezza di una storia realmente vissuta, non semplicemente osservata da una distanza sicura.

Pindaro, il più grande dei poeti lirici greci, lo aveva compreso. Scrisse odi vittoriose per atleti che avevano trionfato nei giochi sacri, e collocò costantemente quelle vittorie nel più ampio contesto della sofferenza umana e del favore divino. Le sue odi celebrano non soltanto la vittoria, ma l’intero arco che conduce ad essa: gli anni di addestramento, i sacrifici, le sconfitte che precedettero il trionfo, la famiglia che sostenne l’atleta, gli Dèi che benedissero lo sforzo. Per Pindaro, la bellezza risiedeva nell’arco intero, non soltanto nel punto d’arrivo.

Pindaro, Odi Pitiche VIII:

Creature di un giorno. Che cosa è ciascuno? Che cosa non è ciascuno? L’uomo è il sogno di un’ombra. Ma quando giunge un bagliore, un dono del cielo, una luce radiosa si posa sugli uomini, e una vita dolce”.⁴

Una goccia d’ombra, e tuttavia una luce radiosa. Entrambe le cose insieme. La brevità della vita e lo splendore della vita, tenute nella stessa mano. La dolcezza dietro ogni cosa è precisamente questo: la consapevolezza che la luce risplende tanto più intensamente proprio perché è breve, che il gioco conta tanto più proprio perché è finito, che la rappresentazione sul palcoscenico dell’esistenza è significativa proprio perché il sipario cade.

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Il palcoscenico e il pubblico divino
Pallada chiamava la vita un palcoscenico. Gli antichi Greci comprendevano che ogni vita è una rappresentazione osservata dagli Dèi. La domanda non era mai se si sarebbe recitato, perché la rappresentazione iniziava alla nascita. La domanda era se si sarebbe recitato con bellezza, con coraggio, con tutta l’intensità di un’anima che sa di essere osservata da coloro che la amano.

Parte quarta: ciò che gli Dèi dicono sul vivere

L’istruzione di Ptahhotep: la più antica saggezza sul vivere

Il più antico testo sapienziale giunto fino a noi nella storia dell’umanità è l’Istruzione di Ptahhotep, composta in Egitto durante la V Dinastia (ca. 2400 a.E.V.). Ptahhotep era un visir del faraone, e la sua istruzione fu scritta per suo figlio come guida al vivere bene. Al centro di questo insegnamento vi è un singolo comando che riecheggia attraverso 4.400 anni di storia umana.

Ptahhotep, Istruzione di Ptahhotep:

“Segui il tuo cuore durante la tua vita. Fai più di quanto ti è comandato. Non ridurre il tempo del seguire il cuore: esso è aborrito dal Ka quando il suo tempo viene diminuito”.⁵

Segui il tuo cuore durante la tua vita. L’insegnamento non è: “nega il tuo cuore”. L’insegnamento non è: “reprimi i tuoi desideri”. L’insegnamento non è: “mortifica il tuo corpo finché l’anima non sia libera dalla sua prigione”. L’insegnamento è: segui il tuo cuore. Fai più di quanto ti venga richiesto. E non diminuire il tempo che trascorri nel seguire il cuore, perché farlo è aborrito dal Ka, l’essenza spirituale vitale della persona.

Questa è la voce della più antica civiltà della Terra, che parla attraverso uno dei suoi uomini più saggi, e dice: vivi. Il Ka, il corpo spirituale, la parte di te che sopravvive alla morte e compare nella Sala del Giudizio, non desidera che tu abbia trascorso la tua vita nel ritiro. Desidera che tu abbia seguito il tuo cuore. Desidera che tu abbia fatto più di quanto fosse richiesto. Desidera che tu abbia vissuto così pienamente che nulla rimanga incompiuto quando infine ti presenterai dinanzi alla Bilancia di Ma’at.

Questa è la voce della più antica civiltà della Terra, che parla attraverso uno dei suoi uomini più saggi, e dice: vivi. Il Ka, il corpo spirituale, la parte di te che sopravvive alla morte e compare nella Sala del Giudizio, non desidera che tu abbia trascorso la tua vita nel ritiro dal mondo. Desidera che tu abbia seguito il tuo cuore. Desidera che tu abbia fatto più di quanto fosse richiesto. Desidera che tu abbia vissuto così pienamente che nulla rimanga incompiuto quando infine ti presenterai dinanzi alla Bilancia di Ma’at.

Il consiglio di Siduri a Gilgamesh: l’insegnamento mesopotamico


Nella versione paleo-babilonese dell’Epopea di Gilgamesh (ca. 1800 a.E.V.), Gilgamesh, spezzato dalla morte del suo amato amico Enkidu, vaga per la terra alla ricerca dell’immortalità. Giunge ai confini del mondo, dove una taverniera di nome Siduri gestisce una locanda sulla riva del mare cosmico. Dopo aver ascoltato la sua storia, ella gli offre il più antico consiglio sul vivere che sia stato tramandato:

Siduri, Epopea di Gilgamesh, versione paleo-babilonese:

Quando gli Dèi crearono l’umanità, fissarono la morte per gli uomini e trattennero la vita nelle proprie mani. Quanto a te, Gilgamesh, sia pieno il tuo ventre. Rallegrati giorno e notte. Rendi ogni giorno una festa di gioia. Giorno e notte danza e gioca! Siano le tue vesti splendenti di freschezza, il tuo capo sia lavato; bagnati nell’acqua. Abbi cura del piccolo che si aggrappa alla tua mano. Possa la sposa gioire nel tuo petto. Poiché questo è il compito dell’umanità”.⁶

Questo è il compito dell’umanità. Non conseguire l’immortalità. Non fuggire dal corpo. Non trascendere il mondo materiale. Il compito è vivere: alimentarsi bene, celebrare, danzare, mantenersi puliti e dignitosi, amare i propri figli, stringere a sé il proprio compagno o la propria compagna. Il consiglio di Siduri non è edonismo. È realismo. Ella dice a Gilgamesh: gli Dèi hanno riservato l’immortalità a sé stessi. Ciò che hanno dato a te è questo: questa vita, questo giorno, questo corpo, queste persone che ti amano. Smetti di fuggire dalla morte e inizia a correre verso la vita.

Lo Zevista ascolta il consiglio di Siduri come una delle grandi parole sacre del mondo antico. A quasi quattromila anni dalla sua origine, esso rimane tanto preciso e necessario quanto il giorno in cui fu composto.


L’Hávamál: la voce Norrena


L’Hávamál, i “Detti dell’Altissimo” (attribuiti a Odino), conservato nell’Edda Poetica del XIII secolo ma radicato in tradizioni risalenti a secoli precedenti, reca il medesimo insegnamento nel linguaggio aspro e splendido del mondo norreno:

Odino, Hávamál, strofa 71:

“Lo storpio cavalca un cavallo, chi è privo di mani guida il gregge, il sordo può combattere e prevalere. Meglio essere ciechi che ardere sul rogo funebre: a che serve un cadavere a qualcuno?”⁷

L’insegnamento norreno è diretto. Un uomo con una sola gamba può ancora cavalcare. Un uomo senza mani può ancora guidare il bestiame. Un uomo sordo può ancora combattere. Finché sei vivo, puoi agire. E finché puoi agire, devi agire. L’unica condizione nella quale l’azione è davvero impossibile è la morte. Perciò: vivi. Confrontati. Partecipa. Qualunque cosa tu possieda, usala. Qualunque cosa tu abbia perduto, opera con ciò che rimane. La tradizione norrena non ha alcuna pazienza per uomini nel pieno delle loro forze che restano inerti mentre vi è lavoro da compiere e vita da vivere.

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Il consiglio universale degli Dèi
Attraverso quattro civiltà che si estendono su tre continenti e tre millenni, il consiglio del divino è identico: vivi. Ptahhotep dice di seguire il proprio cuore. Siduri dice di abbracciare la propria sposa e tenere la mano del proprio figlio. Odino dice di agire finché si può. Krishna dice di compiere il proprio dovere senza attaccamento al risultato. Le voci differiscono. Il messaggio è uno.

Krishna ad Arjuna: la voce Vedica

Nella Bhagavad Gītā, composta all’interno del Mahābhārata (ca. IV secolo a.E.V. nella sua forma attuale, riflettendo insegnamenti assai più antichi), il principe Arjuna si trova sul campo di battaglia di Kurukshetra, paralizzato dal dubbio, riluttante a combattere poiché l’esercito nemico comprende i suoi stessi parenti e maestri. Krishna, suo auriga divino, gli impartisce l’insegnamento che ha guidato il mondo vedico per oltre due millenni:

Krishna, Bhagavad Gītā 2.47:

“Il tuo diritto riguarda soltanto l’azione, mai i suoi frutti. Non fare dei frutti dell’azione il tuo movente, né lasciare che il tuo attaccamento sia rivolto all’inazione”.⁸

Krishna non dice ad Arjuna di ritirarsi. Non gli dice di rinunciare al mondo. Non gli dice di sedere in meditazione finché la battaglia non si risolva da sola. Gli dice: agisci. Compi il tuo dovere. Confrontati con la realtà che hai davanti. Fai ciò che deve essere fatto. Non restare paralizzato perché temi l’esito. E non rifiutarti di agire perché l’esito è incerto. L’azione è il tuo diritto. L’azione è il tuo dharma. L’inazione è il tradimento della tua stessa natura.

Parte quinta: le antiche epopee come inni alla vita

Di che cosa parlano realmente le grandi storie

Apri l’Iliade. Che cosa vi trovi? Guerra. Amicizia. Ira. Dolore. Amore. Onore. Tradimento. Sacrificio. Riconciliazione. La tenerezza di Ettore che si congeda da sua moglie e dal figlio ancora infante, sapendo che morirà. La furia di Achille che trascina il corpo di Ettore dietro il proprio carro. L’insostenibile bellezza di Priamo, re di Troia, che si inginocchia davanti all’uccisore di suo figlio per implorarne il corpo. Il momento in cui Achille, commosso dal dolore di Priamo, ricorda suo padre e piange. Due nemici che piangono insieme in una tenda, condividendo vino, riscoprendo la loro comune umanità nel mezzo della guerra totale. Questa è l’Iliade. Questo è il testo fondativo della civiltà occidentale. Ed è un inno alla pienezza del vivere.

Apri l’Odissea. Che cosa vi trovi? Avventura. Pericolo. Seduzione. Astuzia. Lealtà. Travestimento. Ritorno a casa. Il canto delle Sirene. La caverna del Ciclope. Il letto di Circe. L’oltretomba dove i morti parlano. Penelope che tesse e disfa la tela, anno dopo anno, rifiutandosi di cedere. Odisseo che, dopo essergli stata offerta l’immortalità da una dea, sceglie invece la donna mortale che lo attende su un’isola rocciosa. Questa è l’Odissea. È la storia di un uomo che scelse la vita invece della divinità, che scelse l’esperienza umana invece della fuga da essa.

Apri il Mahābhārata. Che cosa vi trovi? Dinastia. Dovere. Giochi di dadi. Esilio. Alleanze. Un amore che attraversa le barriere di casta. L’amicizia tra un guerriero e un dio. Una guerra che distrugge un’intera generazione. E al centro: la Gītā, il canto divino, nel quale il Dio dice al principe: non ritirarti. Combatti.

Apri l’Epopea di Gilgamesh. Che cosa vi trovi? Amicizia. Perdita. L’uomo selvaggio civilizzato attraverso l’abbraccio di una donna. Due compagni che abbattono mostri e recidono alberi sacri. Una morte che non può essere annullata. Un viaggio fino ai confini del mondo. Una pianta dell’immortalità rubata da un serpente. E Gilgamesh che, alla fine della storia, attraversa nuovamente le porte di Uruk, contempla le mura che ha edificato e comprende che la sua immortalità non risiede nel suo corpo, ma nella sua opera, nella sua città, nel suo popolo.

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Quattro epopee, un unico insegnamento
L’Iliade, l’Odissea, il Mahābhārata e l’Epopea di Gilgamesh: le quattro narrazioni fondative della civiltà umana. Nessuna di esse predica il ritiro. Nessuna celebra l’inerzia. Nessuna raccomanda la fuga. Sono inni alla terribile, splendida, travolgente pienezza dell’essere vivi.

Ciò che è assente dalle epopee

Osserva ciò che non trovi in nessuno di questi testi. Non trovi un insegnamento secondo cui il corpo sia malvagio. Non trovi un comando a mortificare la carne. Non trovi una dottrina del peccato originale. Non trovi un dio che punisce l’umanità per aver cercato la conoscenza. Non trovi un paradiso raggiungibile soltanto attraverso il rigetto del mondo fisico. Non trovi un sacerdozio che esiga la resa dell’intelletto. Non trovi un cielo che ricompensi la passività e un aldilà che punisca la curiosità.

Ciò che trovi, in ogni caso, è un mondo nel quale gli Dèi si aspettano che i loro figli vivano. Che combattano quando combattere è necessario. Che amino quando l’amore si presenta. Che soffrano quando giunge il dolore. Che cerchino la conoscenza anche a grande costo. Che costruiscano città, scrivano poemi, navighino mari sconosciuti, si schierino sui campi di battaglia, stringano i propri figli, seppelliscano i propri morti e continuino ad andare avanti. L’intero corpus della letteratura epica pre-abramitica è un argomento incessante contro il ritiro dal mondo e un argomento incessante a favore del confronto con la totalità dell’esistenza.

L’inversione yehuborica di questo insegnamento diviene visibile per contrasto. Dove il mondo antico affermava “segui il tuo cuore”, la struttura yehuborica diceva “nega il tuo cuore”. Dove il mondo antico affermava “il corpo è un dono”, la struttura yehuborica diceva “il corpo è una prigione”. Dove il mondo antico affermava “la conoscenza è il cammino verso il divino”, la struttura yehuborica diceva “la conoscenza è il peccato originale”. Dove il mondo antico affermava “vivi pienamente e gli Dèi ti accoglieranno dopo la morte”, la struttura yehuborica diceva “soffri in silenzio e un aldilà ti ricompenserà per la vita che non hai vissuto”. Ogni punto dell’antico insegnamento venne capovolto. Ogni impulso verso la pienezza venne reindirizzato verso la negazione. Il risultato furono duemila anni di civiltà che insegnarono agli uomini a vergognarsi di essere vivi.

Lo Zevismo recupera l’insegnamento originario. Integralmente. Senza compromessi.

Parte sesta: lo Zevismo come filosofia della vita

L’impegno centrale


Lo Zevismo è una filosofia per coloro che scelgono di vivere.

Questa frase è semplice. Le sue implicazioni non lo sono. Scegliere di vivere significa accogliere l’intero spettro dell’esperienza umana come qualcosa di sacro. Significa rifiutare di rifugiarsi in fantasie ultraterrene che svalutano il presente. Significa riconoscere che il corpo non è una gabbia ma un tempio, che il desiderio non è peccato ma energia, che il mondo materiale non è decaduto ma creato dagli Dèi e colmo della loro presenza. Significa comprendere che la pratica spirituale esiste per intensificare la vita, non per sostituirla.

Lo Zevista medita per percepire la realtà con maggiore chiarezza, non per ritirarsi dalla realtà. Lo Zevista compie rituali per rafforzare il legame tra l’umano e il divino, non per sfuggire alla condizione umana. Lo Zevista studia le antiche tradizioni sapienziali per vivere con maggiore maestria, non per accumulare una conoscenza teorica che non tocca mai la terra. Lo Zevista allena il corpo, coltiva la mente, sviluppa le emozioni e fortifica la volontà, tutto al servizio di un unico scopo: vivere la vita più piena, più bella e più potente che la natura dell’individuo gli consenta.

Istruzione di Ptahhotep:

“Non diminuire il tempo dedicato al seguire il cuore: esso è aborrito dal Ka quando il suo tempo viene ridotto. Non consumare il tuo tempo nelle preoccupazioni quotidiane oltre ciò che è necessario per provvedere alla tua casa. Le cose avvengono secondo ciò che il cuore comanda. Quanto a colui il cui cuore obbedisce al suo ventre, egli genera disprezzo di sé al posto dell’amore”.⁹

Segui il tuo cuore. Non ridurre il tempo che dedichi a ciò che la tua anima richiede. Provvedi alla tua casa. E poi: segui il tuo cuore. L’insegnamento di 4.400 anni fa è l’insegnamento che lo Zevismo porta avanti oggi.

La vita deve essere vissuta nella sua pienezza


Lo Zevista non vive una vita ridotta. Lo Zevista non si scusa per l’ambizione, per il desiderio, per la fame di esperienza che abbraccia tutto ciò che il mondo ha da offrire. Lo Zevista non confonde l’umiltà con il proprio auto-ridimensionamento. Lo Zevista non confonde la spiritualità con il ritiro. Lo Zevista non tratta il mondo materiale come qualcosa di inferiore alla dimensione spirituale. L’oro è reale. La bellezza è reale. Il potere è reale. L’amore è reale. Il piacere è reale. Il successo è reale. Tutto questo è dono degli Dèi, e la risposta adeguata a un dono è usarlo pienamente, non nasconderlo sotto un velo di falsa modestia.

Questo significa: viaggiare. Vedere il mondo creato dagli Dèi. Sostare sulle montagne, nuotare negli oceani, camminare nelle foreste, sedere in templi antichi e sentire il sole sul volto in paesi che non hai mai visitato prima. Imparare. Leggere i libri scritti dai saggi antichi. Padroneggiare un’arte. Sviluppare un’abilità così profondamente da farla diventare un’estensione della propria anima. Costruire. Creare qualcosa che perduri dopo di te: una famiglia, un’impresa, un’opera d’arte, una comunità, una tradizione. Amare. Donarti a un’altra persona con la piena intensità di un cuore che conosce sia la gioia sia il dolore e sceglie comunque di aprirsi. Celebrare. Riunirti con i tuoi attorno a un fuoco, a una tavola, a un rito, e rendere grazie per il fatto che sei qui, che sei vivo, che gli Dèi ti hanno posto in questo mondo e ti hanno dato la capacità di percepirne la bellezza.

Gli antichi fecero tutto questo. I poeti lo decantarono. I filosofi lo analizzarono. I sacerdoti lo santificarono. I guerrieri lo difesero. Le madri lo nutrirono. I costruttori gli diedero forma. Nessuna civiltà che produsse il Partenone, le Piramidi, la Bhagavad Gītā o le Edda fu una civiltà della fuga. Furono civiltà dell’impegno, dell’intensità, della piena dedizione all’essere vivi in un mondo che premia chi si coinvolge.

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Una civiltà della vita
Il mondo antico che lo Zevismo eredita era un mondo di pieno coinvolgimento. Filosofia, atletica, commercio, arte, amore, famiglia, culto: tutto apparteneva a un’unica vita integrata, vissuta sotto lo sguardo degli Dèi, nella piena luce del mondo mediterraneo. Lo Zevismo recupera questa integrazione e la prosegue.


Parte settima: la dolcezza dell’essere


Ciò che rimane quando hai vissuto


Alla fine di una vita vissuta pienamente, rimane qualcosa di difficile da nominare. I Greci si avvicinarono a questo con la parola eudaimonia (εὐδαιμονία), che di solito viene tradotta come “felicità” ma significa qualcosa di più vicino a “avere un buon daimon”, la condizione di essere in armonia con lo spirito divino che guida ogni vita individuale. L’eudaimonia non è un sentimento. È uno stato dell’essere. È ciò che si ha quando si è vissuto secondo la propria natura, quando si sono sviluppate le proprie capacità, quando si è entrati in relazione con il mondo creato dagli Dèi, quando si ha amato e perso, costruito e lottato, cresciuto.

Nella tradizione sapienziale egizia, trasmessa attraverso la figura di Thoth come Signore della Saggezza e conservata nei testi antichi di insegnamento, vi è una linea che condensa questa comprensione in un unico comando:

Istruzione di Ptahhotep:

“Segui il tuo cuore durante la tua vita e fai più di quanto ti è comandato”.¹⁰

Vivi la tua vita. E fai più del minimo. Più di ciò che è atteso. Supera i requisiti. Vai oltre i confini. Spingiti più lontano di quanto pensavi di poter arrivare.

Perché il Ka, l’essenza divina dentro di te, non richiede soltanto che tu sopravviva, ma che tu viva e che il tuo vivere sia così completo che quando infine ti troverai dinanzi agli Dèi, tu possa dire senza esitazione: ho usato ciò che mi avete donato. Tutto. Fino all’ultima goccia.

La promessa


La dolcezza dietro ogni cosa è la consapevolezza che il gioco valeva la pena di essere giocato. Che il palcoscenico valeva la pena di essere calpestato. Che la canzone valeva la pena di essere cantata, anche se finisce. Che l’amore valeva la pena di essere donato, anche se a volte ti spezza. Che il viaggio valeva la pena di essere intrapreso, anche se non sapevi sempre dove stavi andando.

Pallada scrisse il suo distico in un mondo in declino. I templi cadevano. Le biblioteche bruciavano. Gli antichi Dèi venivano scacciati dal nuovo monoteismo. E in mezzo a quel crollo, un maestro pagano sedette e scrisse: tutta la vita è un palcoscenico e un gioco. Impara a giocarla.

Non disse: fuggi da essa. Non disse: sopportala. Non disse: attendi un mondo migliore dopo questo. Disse: impara a giocarla. Metti da parte la tua serietà. Entra nel gioco. Abbandonati alla rappresentazione. E se non puoi farlo, se rifiuti il gioco e ti aggrappi alla tua serietà, allora dovrai sopportare i dolori che derivano dal rifiuto di vivere mentre sei vivo.

Il Tempio di Zeus è stato costruito per coloro che scelgono la prima opzione. Per coloro che scelgono di giocare. Per coloro che comprendono che la vita, in tutta la sua bellezza e in tutta la sua difficoltà, nelle sue perdite e nelle sue vittorie, nei suoi strazi e nelle sue riunioni, nei suoi fallimenti e nei suoi trionfi, è il più grande dono che gli Dèi abbiano mai dato, e che l’unica risposta adeguata a questo dono è viverlo. Completamente. Senza riserve. Senza compromessi. Senza fuga.

Gli Dèi stanno osservando. Ti stanno incoraggiando. Vogliono che tu giochi bene.

Allora gioca.
 

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