Welcome to the Temple of Zeus's Official Forums!

Welcome to the official forums for the Temple of Zeus. Please consider registering an account to join our community.

[Trad] Sezione degli Dèi

SaqqaraNox [NG]

Active member
Joined
Oct 9, 2021
Messages
903
Gods' Section [July 30th: Maat & Anubis]
TG Karnonnos
30 luglio 2025


Sezione degli Dèi

Saluti a tutti. Pubblicherò in questo thread tutta la sezione aggiornata degli Dèi e dei Dèmoni, inclusi i Rituali degli Dèi meno recenti rilasciati prima del mio incarico, insieme ad articoli aggiornati con nuove informazioni (come le carte dei Tarocchi relative a Khnum, Asclepio, Forcas, ecc.). Il titolo verrà aggiornato con ogni nuova aggiunta.


(Nota mia: le traduzioni degli scritti del Guardiano sugli Dèi Anubis e Maat verranno pubblicate al più presto di seguito)
 
Renenutet
Sacerdote Novizio Karnonnos
29 marzo 2026


Renenutet

Renenutet era integrata in ogni aspetto della vita civile egizia come grande Dea del sostentamento e dell’abbondanza, della civiltà, dei granai, dei vigneti, del giudizio, del destino e della difesa personale del Faraone e del regno egizio¹. Il popolo egiziano la adorava come salvatrice dell’agricoltura e della viticoltura², nell’inaugurare la grande stagione del raccolto del vasto impero, e a buon motivo, poiché rappresentava l’abbondanza del grande raccolto elargita splendidamente ai bisognosi, così le celebrazioni in suo onore erano una caratteristica comune della vita in Egitto. Allo stesso modo, tuttavia, poteva rappresentare un aspetto punitivo terrificante nel lasciare la terra priva di vita. Molti dei suoi successivi insiemi simbolici sono arcani e si riferiscono al nutrimento dell’anima. La Dea serpente è la combinazione sincretistica delle Nebty, le due Dee signore Wadjet e Nekhbet, che rappresentavano rispettivamente il Basso e l’Alto Egitto.

1774781313706-png.10241

Stele con la rappresentazione di Nekhbet-Renenutet – Museo delle Belle Arti, Budapest

Il suo ruolo nella mitologia è distinto. Fin dagli antichi Testi delle Piramidi e come una delle più antiche Divinità dell’Egitto, è considerata la custode del Faraone, almeno dal punto di vista linguistico nella funzione. Le Formule alludono a lei come alla personificazione della veste di Renenutet³, l’occhio di Horus, che gli egittologi considerano una vestigia particolarmente importante del simbolismo regale in Egitto. Presentando al Faraone l’abito divino, si interpreta che ella conferisse maestà con una forma di prosperità che comanda rispetto dal divino, non soltanto dal mondo mortale. L’occhio inoltre muta il destino del Faraone. Altrove, nei testi più antichi, la sua più antica attestazione testuale sicura si trova nel corpus funerario dell’Antico Regno, dove appare come un aspetto dell’ureo fiammeggiante, mostrando la sua protezione regale.


Formula 256, Testi delle Piramidi⁴
La fiamma dell’impeto del suo ureo potente è Renenutet sul suo capo.

Formula 622, Recitazione di Pepi II Neferkare, Custodia dello Spirito come Osiride, Testi delle Piramidi³
Osiride Pepi Neferkare, ti ho rivestito con l’occhio di Horus, questa Renenutet di cui gli Dèi hanno avuto timore, affinché gli Dèi abbiano timore di te come hanno timore dell’occhio di Horus.

Renenutet è anche descritta in modo vago come dotata di strumenti che nutrono il ka (essenza vitale) del Faraone, come il suo olio di giubilo⁵. Fin dalla giovane età, il Faraone poteva contare sul suo nutrimento e sul suo sostegno come Divinità che proteggeva lui e la casa reale. Tuttavia, il suo ruolo di giudizio in questo senso si applicava anche alla Cerimonia della Pesatura, sul principio che colei che crea e nutre può anche togliere. Invocarla non era una questione da prendere alla leggera. A partire dal Medio Regno, i suoi legami con il destino ultimo diventano più evidenti. I Testi dei Sarcofagi⁶ la identificano come madre del Dio del destino Nehekbau, e le iscrizioni dei sarcofagi di Rifeh tra questi la designano come la “venerata”. Il Papiro di Ani del Nuovo Regno⁷ la mostra accanto a Shai e Meshkenet, come parte del seguito divino della Pesatura del Cuore. Anche le varianti del Libro dei Morti la collegano sempre più a quella cerimonia.

1774781379522-png.10242


La multidimensionalità del suo culto sembra espandersi e divenire più marcata durante il periodo del Nuovo Regno⁹. Le principali rappresentazioni di Renenutet come Dea materna proliferano in quel momento della storia egizia, il che è connesso al significato del suo nome e al suo titolo cultuale, Colei che alleva. Sempre più, ella venne associata a suo figlio, Nepri, il Dio del grano, il quale costituisce la maggior parte delle scene in cui ella allatta i bambini. Ella venne associata al ren o nome segreto dato al bambino¹⁰, mentre ciotole foggiate nella forma di cobra venivano utilizzate per i giovani che necessitavano di latte¹¹, forse a scopo protettivo. Il numero di inni a lei specificamente dedicati aumenta dopo il Nuovo Regno, o almeno questi sono gli esempi pervenuti di un corpus molto più antico. Il suo repertorio innico indica una particolare necessità degli Egizi di sollievo e pone al centro la stagione del raccolto come la più importante¹². Le donne dell’élite spesso curavano pubblicamente il suo culto, come è testimoniato dal numero di raffigurazioni delle Grandi Spose Reali in prossimità della Dea cobra nell’arte sacra egizia¹³. Altre evoluzioni del suo culto esistevano nel corpus del Nuovo Regno, come il papiro che la mostra mentre consegna casse di tesori al mare e poi invia un uccello messaggero alla Dea cananea Astarte¹⁴. Le raffigurazioni della Dea nelle tombe tebane la mostrano mentre presiede ai lavoratori nei vigneti che raccolgono l’uva e la portano a lei¹⁵. Nella stele antica di Setau¹⁶, il viceré del Kush sotto dominio egiziano offre una libagione e incenso a Renenutet come supplice. Il suo culto si diffuse anche in Nubia.

Nel modo primario e più immediato visibile a tutti gli Egizi, la Dea serpente era caratteristica di tutto ciò che riguardava il raccolto. Il serpente che striscia nei campi rappresentava la fertilità del suolo nella mente degli Egizi, ma ella era anche ritenuta custode dei granai nei quali il grano affluiva, proprio come afferma il suo sacro rituale. La grande festa agricola celebrata tra la fine del mese di Pharmouthi e l’inizio del mese di Pashons, oggi intesa come collocata a metà maggio, era dedicata a Renenutet come suo onore eterno quale primo giorno della stagione del raccolto¹⁷. Secondo le evidenze raccolte dagli archeologi, essa era anche associata al compleanno di Nepri¹⁸. Si afferma, sulla base di testimonianze testuali, che in questa data avvenivano distribuzioni diffuse di razioni¹⁹, forse indicando la sua immensa importanza per il popolo egiziano. Tebe possiede tombe che mostrano innumerevoli scene di raccolta del grano, con offerte di raccolto e di granai in particolare. Più enigmaticamente, nel testo letterario O. DeM 1265²⁰ proveniente da Tebe, la cui datazione è sconosciuta, il mese di IV Pharmouthi è descritto come “quello in cui tutti gli Dèi nascono” ed è collegato nel contesto alla Dea serpente. La festa mostrava consuetudinariamente il Faraone come figlio della triade divina di ciascun nomo²¹.


The Role of Renenutet in New Kingdom Temples: A Reassessment of the Archaeological Evidence for a Cult of this Divinity in Archaeological Compounds di Julie Masquelier‑Loorius, pubblicata in inglese sul Journal of Intercultural and Interdisciplinary Archaeology.

Da un lato, in molte tombe private tebane, i disegni architettonici del Granai del Tempio (šnwt) includono una raffigurazione della statua cultuale della Dea (tabella 1)⁶. Poiché lo stoccaggio del grano rappresenta l’ultima fase del processo di raccolto, le riproduzioni del Granai del Tempio – dove si trovano non solo diversi tipi di grano, ma anche frutta secca e anfore di vino, così come ogni sorta di merci ammassate in cumuli – possono essere rinvenute sulle pareti di diverse cappelle funerarie di funzionari, specialmente nell’area tebana, dove si trovano anche numerosi esempi del Granai di Amon. Predominantemente, questi funzionari portano titoli correlati a questa iconografia, come “sovrintendente del Granaio” (3, 4, 8 e 15), “sovrintendente delle guardie del Granaio” (10), o “scriba e contabile del grano nel Granaio delle offerte divine di Amon” (11 e 12). Alcuni di loro sono persino “maggiordomi reali” (6, 9 e 17), poiché assaggiano il vino per il Faraone (e gli portano la bevanda), ma non si tratta di maggiordomi divini – “maggiordomi di Amon” – un titolo piuttosto raro nelle fonti¹⁰, che mette in luce la sovrapposizione tra istituzioni reali e divine e anche il ruolo del re nell’economia del tempio.

Santuari e luoghi a lei dedicati sono stati notati in prossimità dei granai e delle principali fonti rurali di sostentamento. Ciò indica che Renenutet era considerata custode dell’agricoltura egizia fin dalla sua origine⁹. Il suo culto a Tebe, dalle evidenze sopravvissute, chiaramente non era piccolo, come testimonia un componente di un naos conservato al British Museum, l’EA597, che descrive l’operaio Inhrkhau a Deir el-Medina mentre venera Renenutet “nella forma di un serpente”, sullo stipite di una piccola struttura sacra che include anche altre Divinità e preghiere¹⁹. Altri reperti dimostrano che ella veniva adorata in modo domestico e altamente personale, attraverso piccoli santuari domestici, monumenti votivi e formule di offerta che le chiedevano cibo, benessere e prosperità morale e sociale, connessi al suo ruolo di dispensatrice di eloquenza. Le evidenze indicano una Dea del popolo, importante nella vita quotidiana, soprattutto come provveditrice e protettrice. Come avviene in molte iscrizioni di Deir el-Medina, Renenutet è venerata come Dea della casa e della fattoria con grande reverenza.


DO NOT CELEBRATE YOUR FEAST WITHOUT YOUR NEIGHBOURS, A Study of References to Feasts and Festivals in Non-Literary Documents from Ramesside Period Deir el-Medina, Heidi Jauhiainen ¹⁹

Renenutet era una Divinità ben nota a Deir el-Medina e veniva raffigurata su diversi oggetti relativi alla comunità degli artigiani reali. In una stele conservata al Museo Egizio di Torino (N. 50035, con data attribuita alla fine della XVIII o all’inizio della XIX Dinastia), due donne, Mutnofret e Iyinofreti, sono inginocchiate davanti a Renenutet, che è rappresentata in forma umana con la testa di serpente. A Torino esiste anche un stipite di porta di un naos⁴ (data attribuita alla XIX Dinastia) dedicato da Anhurkhawy e sua moglie Henutdjuu a Ptah, Sobek e al serpente Renenutet. Renenutet è raffigurata come serpente in una figura votiva ora al British Museum (BM EA 12247 ⁶, data attribuita al Periodo Ramesside). Renenutet è inoltre menzionata nella formula Htp-di-nsw su uno stipite di porta di un naos al Museo Egizio di Torino (N. 50219 ⁸, data attribuita al Periodo Ramesside⁹). Su molti di questi oggetti, Renenutet è chiamata “Signora del sostentamento”, cioè era venerata nel suo aspetto principale di Dea della fertilità. Questa caratteristica di Renenutet è messa in evidenza nell’ostracon O. Ashmolean Museum 4912 (senza data attribuita). Questo particolare ostracon contiene un testo magico e un’immagine di Renenutet che allatta il giovane Nepri, mentre un uomo le offre un dono. Nel Musée des Beaux-Arts di Bordeaux si trova una stele a doppia faccia (senza numero d’inventario) dedicata a Renenutet dallo scultore Qen e dalla sua famiglia durante il regno di Ramses II. Sul lato anteriore della stele, Renenutet è raffigurata come un serpente arrotolato con testa umana, mentre sul lato posteriore è seduta su un trono in forma umana. La Dea sul lato posteriore è chiamata Renenutet, la Bella, Meretseger.

Il suo centro di culto si trovava nella città chiamata Dja²³ (Medinet Madi), dove, a seguito degli scavi del 1936, è stato recuperato un grande numero di iscrizioni e testi a lei relativi, risalenti a partire dal Medio Regno. Renenutet condivideva un tempio a Dja con Sobek nella sua forma di Shedet²⁴, che talvolta è considerato suo sposo o guardiano. La costruzione ebbe inizio sotto Amenemhat III e fu completata sotto Amenemhat IV della XII Dinastia²⁵. Il sito è particolarmente importante perché è spesso descritto come il tempio sostanziale del Medio Regno meglio conservato ancora esistente in Egitto²⁶. Architettonicamente, il tempio originario è un piccolo tempio in arenaria con un portico d’ingresso colonnato che conduce verso l’interno a un santuario composto da tre cappelle. Una delle colonne conservate reca il nome del Faraone patrono Amenemhat III, l’altra quello di Amenemhat IV. Il tempio è piuttosto compatto nelle dimensioni, ma gli archeologi ne hanno sottolineato l’importanza per il fatto che presenta una precoce disposizione assiale del santuario, che diventerà poi familiare nei templi egizi di maggiori dimensioni, rendendolo un prototipo per i modelli più recenti che sarebbero divenuti più diffusi nei periodi successivi del Nuovo Regno²⁷.

1774781483048-png.10244

Tempio di Medinet Madi

La natura regale è fortemente enfatizzata nel suo assetto interno, insieme a elementi legati al destino, con la prima cappella dedicata alla Dea cobra. Una scena di fondazione con il Faraone e Seshat è raffigurata nei rilievi interni a sud²⁸, mentre nei rilievi principali il faraone più antico si trova davanti a Renenutet, con sua figlia Neferuptah anch’essa raffigurata nella scena come una delle sue ancelle. La seconda cappella è dedicata a Renenutet e Sobek, mentre la terza è dedicata esclusivamente a lei, in accordo con il carattere generale della prima. Nel periodo tolemaico, il tempio fu notevolmente ampliato e arricchito con elementi stilistici come un chiosco a otto colonne. Ella è stata inoltre associata per nome a Mefket (Tarrana, conosciuta dai Greci come Terenouthis)²⁹.


THERMOUTHIS

Nell’Egitto ellenistico, emerse uno stile distinto di rappresentazione di Renenutet attraverso l’interpretatio graeca nota come Thermouthis. Spesso questo simbolismo riguardava il fatto che ella possedeva già lo standard egizio di un corpo serpentiforme e una testa umana, simile al simbolismo distintivo di Abraxas e Chnoumis, ma poteva anche essere rappresentata secondo lo stile propriamente greco di raffigurare i serpenti. Il culto di Thermouthis si diffuse ampiamente durante l’epoca romana e ricevette grande attenzione anche al di fuori dei confini egiziani³⁰, mentre questa sua forma veniva più direttamente associata al destino e alla pratica magica. Ella era spesso associata alla figura maschile dell’Agathodaimon, come mostrato in un bracciale ornato di quell’epoca³¹. Nella sua relazione con Iside, venne identificata con Agatho Tyche, ossia la buona fortuna. Thermouthis conferiva eloquenza e il potere di alterare il destino attraverso la parola scelta con cura. Le sue parole riflettevano anche la capacità di discernere e predire il futuro, ogni sorta di premonizioni e altre questioni.

1774781286292-png.10240


A Dja (Narmut, come era allora chiamata, o Narmouthis in greco), il suo tempio come Iside-Thermouthis mostrò livelli maggiori di grandiosità e attenzione durante il periodo tolemaico, quando fu costruito un secondo tempio²⁵. Architettonicamente, esso appare essere stato più piccolo e più semplice rispetto all’antico santuario del Medio Regno, ma segue un impianto chiaramente egizio. L’edificio presenta un ampio cortile anteriore, quindi una sala o sala ipostila, e sul fondo tre cappelle; la cappella centrale possiede una nicchia sul retro²⁵. L’ingresso era rivolto a nord. Sfortunatamente, la decorazione non fu mai completamente portata a termine, e ciò che sopravvive include contorni di rilievi non finiti e alcune figure scolpite presso la facciata e gli ambienti interni. La sua rilevanza più celebre, tuttavia, sono le iscrizioni di Isidoro, un sacerdote residente nel luogo³² ³³.


SIMBOLISMO

1774781188406-png.10239


Il suo nome significa sia “nutrire” sia “ricchezze” nella lingua egizia³⁴, il che rende ambigui molti dei passi dell’Antico Regno sopra citati. Il sacerdote di Iside del tempio di Iside-Thermouthis a Narmouthis propone un’etimologia diversa, affermando negli inni a lui attribuiti che il suo nome significhi in realtà “l’Unica”³².

L’immaginario del serpente era evidentemente persistente nell’iconografia della Dea, che veniva rappresentata in particolare come un cobra, poiché ella rappresenta il lato femminile della forza Kundalini nel suo aspetto integrato, benevolo e sostenitore, mentre il suo simbolismo sacro ha molto a che vedere con la saggezza di ciò che segue quando essa raggiunge propriamente il terzo occhio e con il fatto che l’individuo asceso è il campo di grano per ogni vera civiltà. Il serpente, nella credenza egizia, custodiva i granai dai parassiti e da altre piaghe delle attività umane, elemento centrale della sua identità come dea che fondò la civiltà. Il lato feroce del cobra è indicato anche nella sua capacità di trasformare la pacifica Hathor nella furiosa Dea Sekhmet, e il veleno dell’animale era anch’esso una parte fondamentale del suo simbolismo, poiché ella aveva la capacità di rovinare il sostentamento e di creare carestia.

1774781167831-png.10238


Ella poteva essere rappresentata come figura umana con testa di serpente oppure come un serpente raccolto su sé stesso. Tuttavia, Renenutet poteva anche essere raffigurata in forma completamente antropomorfa, come le Divinità a lei affini. In alcuni contesti, Wadjet e Nekhbet sono mostrate come supplici davanti a lei e, al pari delle Due Signore, ella è rappresentata con il disco solare cornuto di Hathor e Iside. Come Wadjet, è spesso raffigurata accanto a Sekhmet, e il fatto che il suo tempio contenga una rappresentazione del destino, Seshat, non è sorprendente. Soprattutto, nelle fasi tarde dell’egiziano, ella è associata alla Divinità del destino, Shai. La storica Joyce Tyldesley riassume molto chiaramente questa associazione affermando che Shai determinava la durata della vita di una persona, mentre Renenutet determinava la ricchezza materiale³⁵. Ella collega specificamente ciò alla tradizione del Papiro Insinger del Periodo Tardo. Esse funzionano come una coppia concettuale che governa la forma della vita umana. La Dea serpente Meretseger era talvolta associata a lei¹⁹.

In quanto forma sincretizzata di Wadjet e Nekhbet, che governavano le due distinte regioni di Kemet, ella poteva essere rappresentata mentre indossa la doppia corona.

Come Thermouthis, ella è spesso rappresentata con il disco solare³⁶, un tipo di corona associato a Iside. La torcia è il suo simbolo distintivo più importante, come hanno osservato gli archeologi. Essa rappresenta l’illuminazione nell’oscurità e la coltivazione del fuoco messo a buon uso, prerequisito di ogni civiltà, ma si collega anche al serpente e ai poteri del terzo occhio che vengono accesi. Spighe di grano³⁷ e steli potevano essere rappresentati nella sua iconografia, che nei contesti egizi tende a raffigurare Renenutet mentre sovrintende a scene agrarie di persone che raccolgono i prodotti del raccolto. Il simbolismo della torcia e del grano mostra anche la sua associazione con Demetra e Persefone come Dea del sostentamento e dell’intercessione per i morti.

1774781840811-png.10247


La carta degli Arcani Maggiori della Dea serpente è il Sole, la carta dell’abbondanza, della prosperità e con un simbolismo generalmente legato ai bambini e al nutrimento. Il bambino gioisce sotto il Sole cavalcando un cavallo bianco, mostrando un certo grado di padronanza della propria mente fin dalla giovane età. L’abbondanza dei girasoli posti sopra un muro mostra le prerogative della civiltà nel creare bellezza e ricompense abbondanti per i suoi aderenti. La bandiera rossa è in qualche modo simile a un serpente mentre si avvolge attorno alla lancia a cui è fissata. La carta mostra molti elementi di felicità per il consultante, inclusa la fertilità e la capacità di sostenersi con grandi ricompense. Anche l’aspetto tradizionale e affascinante di Bune si manifesta qui.

Su un tono più cupo, la sua carta degli Arcani Minori è il Cinque di Bastoni rovesciato, che indica cooperazione e la necessità di andare oltre il conflitto. La cooperazione è spesso richiesta al consultante, o qualche tipo di strategia di cui il serpente sarebbe orgoglioso, naturalmente.

Ciò può anche riferirsi al consiglio dato a chi è afflitto dopo essere uscito da qualcosa di violento, qualcosa che Renenutet, per conto dei morti, si dice sorvegli come colei che permette ai defunti di parlare dalla Sala del Giudizio. D’altra parte, può anche indicare un’in remento di aggressività, suggerendo di essere vigili e prudenti.


SIMBOLISMO GOETICO

L’antico testamento, nella sua traduzione greca dall’ebraico, rese la figlia del Faraone come Thermouthis³⁸, il che costituisce un esempio di appropriazione confusa di una forza divina a scopi yehuborici e di disorientamento da parte di questo popolo nel periodo storico considerato. Giuseppe (Giuseppe Flavio) afferma che la fanciulla chiamò Mosè con il suo nome sacro, il che rappresenta un’ovvia allusione occulta al ren. Poiché ella è la sua balia, è anche la sua nutrice, e ciò è collegato al fatto che la figlia del Faraone è tradizionalmente la supplice della Dea. La ragione di ciò è la stessa citata sopra: Mosè è posto sotto la protezione dell’egida divina del serpente, che diventa anche il suo simbolo.

Nella Goetia, ella era chiamata Bune o Bim, il che si ricollega a uno dei suoi titoli, Buto, ma allude anche al nome Nekhbet. Il demone ha tre teste come un drago (serpente), con la terza simile a un uomo, un riferimento sia a Thermouthis sia alle Due Signore. Si dice che Bune parli con voce divina, conferisca eloquenza e ispiri verità. Si dice anche che egli faccia radunare molti demoni presso le tombe e arricchisca grandemente gli uomini sotto il suo possesso. Un’altra entità, Myeob (Regina delle Fate, semplicemente Bim al contrario), è descritta esplicitamente nel più antico Liber Officium Spiritum³⁹ come una regina delle fate che assiste suo marito Oberon.

Pseudomonarchia daemonum, Johann Weyer⁴⁰
Bune è un grande e potente Duca; appare come un drago con tre teste, la terza delle quali è simile a un uomo; parla con voce divina, fa cambiare luogo ai morti e radunare demoni sui sepolcri dei defunti; arricchisce grandemente un uomo, lo rende eloquente e saggio, rispondendo veracemente a ogni richiesta, e trenta legioni gli obbediscono.


BIBLIOGRAFIA

¹ The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt, Richard H. Wilkinson
² Renenutet: worship and popular piety at Thebes in the New Kingdom, Paolo Marini Journal of Intercultural and Interdisciplinary Archaeology
³ Utterance 256, Pyramid Texts
Formula 256, Testi delle Piramidi
⁴ Utterance 622, Pyramid Texts
Formula 622, Testi delle Piramidi
⁵ Utterance 73, Pyramid Texts
Formula 73, Testi delle Piramidi
⁶ Coffin Texts
Testi dei sarcofagi
⁷ EA10470,3, Papyrus of Ani, British Museum
EA10470,3, Papiro di Ani, British Museum
⁸ Book of the Dead
Il Libro dei Morti
⁹ The Role of Renenutet in New Kingdom Temples: A Reassessment of Archaeological Evidence for a Cult of this Divinity in Archaeological Compounds, Julie Masqueller-Loorius, Journal of Intercultural and Interdisciplinary Archaeology
¹⁰ Remarks on the Four Renenutets in the Temples of Edfu and Dendara, Frédéric Mougenot
¹¹ Playing with Fire: Initial Observations on the Religious Uses of Clay Cobras from Amarna, Kasia Szpapowska
¹² Hymn to Renenutet
Inno a Renenutet
¹³ Sobek of Shedet: The Crocodile God in the Fayyum in the Dynastic Period, Marco Zecchi
¹⁴ Handbook of Egyptian Mythology, Geraldine Pinch
¹⁵ Grape Archaeology and Ancient DNA Sequencing, Maria Rosa Guasch-Jané, the Grape Genome
¹⁶ stela, EA1055, the British Museum
Stele EA1055, British Museum
¹⁷ Древнеегипетский праздник Рененутет (The Ancient Egyptian feast of Renenutet), Alexandra Mironova
¹⁸ Calendars and Festivals of Ancient Egypt, Alexandra Mironova
¹⁹ DO NOT CELEBRATE YOUR FEAST WITHOUT YOUR NEIGHBOURS, A Study of References to Feasts and Festivals in Non-Literary Documents from Ramesside Period Deir el-Medina, Heidi Jauhiainen
²⁰ Ostracon of Deir-el-Medina 1265
Ostracon di Deir el-Medina 1265
²¹ CHILD DEITIES/اآللھة على ھيئة الطفل, Dagmar Budd, UCLA Encyclopedia of Egyptology
DIVINITÀ DEI BAMBINI/اآللھة على ھيئة الطفل, Dagmar Budd, UCLA Encyclopedia of Egyptology
²² EA597 Naos
²³ Die Toponyme vorarabischen Ursprungs im modernen Ägypten, Konstanz Carsen Peust
²⁴ Gottesdiener und Kamelzüchter: Das Alltags- und Sozialleben der Sobek-Priester im kaiserzeitlichen Fayum, Benjamin Sippel
²⁵ Medinet Madi, Madain Project
Medinet Madi, Progetto Madain
²⁶ Egypt finds clue to ancient temple's secret, Middle East Times (citing Zahi Hawass)
²⁷ The Complete Temples of Ancient Egypt, Richard H. Wilkinson
²⁸ I templi di Medinet Madi nel Fayum, Giammarusti Breschiani
²⁹ Kom Abu Bello, Zahi Hawass, Encyclopedia of the Archaeology of Ancient Egypt, Kathryn A. Bard (eds.)
³⁰ Isis Thermouthis in the Roman World: some Data from the Italian Peninsula, Vito Mazzuca, Journal of Intercultural and Interdisciplinary Archaeology
³¹ Bracelet with Agathodaimon, Isis-Tyche, Aphrodite, and Thermouthis, the Met, Rogers Fund
Bracciale con Agathodaimon, Iside-Tiche, Afrodite e Termoutis, The Met, Rogers Fund
³² Greek and Egyptian Hymns to Isis, attalus.org
Inni greci ed egizi a Iside, attalus.org
³³ Graeco-Egyptian Interactions: Literature, Translation, and Culture, 500 BC–AD 300
³⁴ The Goddess Thermuthis, Moses, and Artapanus, Amorai-Stark Shua and David Flusser
³⁵ The Handbook of Egyptian Mythology, Joyce Tyldesley
³⁶ On the Endurance of Indigenous Religious Culture in Ptolemaic and Roman Egypt: Evidence of Material Culture, Tiffany Chezum
³⁷ RPC III, 6184, Roman Coinage Online
³⁸ Antiquities of the Hebrews, Josephus
³⁹ Liber Officium Spiritum
⁴⁰ Pseudomonarchia daemonum, Johann Weyer
 
Hathor
NP Karnonnos
8 aprile 2026


Hathor

La Dea egizia del cielo, Hathor, regnava sul sole, sulle stelle, sull’anima umana, sull’amore, sulla musica, sulla danza, sull’erotismo, sulla fertilità, sulla maternità, sul destino, sull’incenso e sulla giusta condotta. Il suo culto in Egitto fu così straordinariamente prolifico e di così ampia portata che fu seconda solo a Iside; Hathor era una Dea profondamente cara al suo popolo, da cui era profondamente adorata, ricercata e rispettata al punto che i templi della Dea taurina furono collocati lungo il Nilo, nel Sinai e profondamente nei territori adiacenti dell’impero per cinque millenni¹. Ella non era, tuttavia, soltanto una Dea del mondo dei vivi, essendo la controparte femminile di Horus e Osiride come figura al confine tra la vita e la morte². Il suo simbolismo era anche profondamente radicato nei racconti mitologici di Mut, Sekhmet, Bastet, Wadjet e di altre Divinità femminili, la cui adiacenza a lei è spesso rappresentata nel suo corpus mitologico e nella loro raffigurazione presso i suoi templi³, tuttavia un aspetto più misterioso di Hathor riguardava la sua incessante identificazione con l’Occhio di Ra in linea con il modo in cui questi elementi femminili sono trasmessi.


Formula 506, Testi delle Piramidi⁴

Io sono Lode; io sono Manifestazione; io sono Hathor-simbolo dell’anima femminile, che ha due volti.


Poiché la sua natura primordiale è una componente particolarmente potente e attestata della sua identità, Hathor è citata negli antichi Testi delle Piramidi in numerosi passi, affermando che Horus è suo figlio, mentre il faraone Unas viene interrogato in relazione alle sue capacità divine e protettive di conseguenza⁵. Sincronicamente con Wadjet, il faraone è un occhio che si dice risieda sulla fronte di Hathor⁶. Ella è raffigurata a partire dalla IV Dinastia dell’Antico Regno nell’arte in poi, comunemente affiancando il faraone nella statuaria realistica⁷, ma alcune delle immagini bovine e frontali del periodo protodinastico sono accostate al suo simbolismo da archeologi e storici⁸. Il culto di Hathor ebbe origine lentamente a Dendera in un’epoca antica e portò il culto affine della Dea taurina Bat a sincronizzarsi con il suo.⁹ Da una prospettiva rivolta verso l’Antico Regno, la natura materna di Hathor quale grande Dea taurinara costituisce ancora un indizio visivo della sua preminenza nel culto monarchico anche nelle nebbie della storia arcana.

1775691246171-png.10425

Statua triadica di Hathor seduta tra il faraone Menkaure e una personificazione del nome della Lepre

Le evidenze dei periodi successivi mostrano un insieme di attributi in continua espansione. I Testi dei Sarcofagi del Medio Regno evidenziano più chiaramente il ruolo di Hathor come psicopompo e come Occhio di Ra, come è chiaramente attestato da oggetti quali le “figurine funerarie in legno a forma di “pagaia” del defunto femminile¹⁰. Nella Formula 276¹¹, ella “assume forma come Hathor nel regno dei morti”. Nella Formula 331¹² (denominata “Divenire Hathor”), ella si definisce “la primordiale, la Signora di Tutto” e afferma di avere avuto origine “prima che il cielo fosse formato…”. La Formula 558¹³ la designa come la “suonatrice del sistro”, implorando di trovarsi nella sua presenza divina. L’iconografia di Hathor in questo periodo, per quanto è dato conoscere, mostra un radicamento rafforzato in molteplici ambiti, poiché ella divenne la patrona regale a Tebe, una Dea festiva¹⁴, e una presenza nell’equipaggiamento funerario privato, dove iniziò a sostituire Osiride quale Dio senza genere dell’accoglienza dei defunti¹. Gli storici pongono un crescente accento sui danzatori e sulla musica, sul simbolismo connesso alla menat e al sistro, sui legami con la bellezza e sull’emblema frontale di Hathor con le orecchie bovine derivante dalla convergenza Bat-Hathor, come simboli di un culto in evoluzione della grande Dea del cielo. Inoltre, molti dei templi d’Egitto dedicati a Hathor con le sue caratteristiche colonne iniziarono a operare su larga scala durante il Medio Regno, sebbene tali colonne non divennero comuni fino al periodo del Nuovo Regno¹⁵.

A partire dal Nuovo Regno, la dimensione di Hathor assunse un ruolo più consolidato come massima figura femminile protettrice della regalità e l’espressione ufficiale del suo culto si orientò fortemente verso un’élite¹⁶. La faraona Hatshepsut promosse la realizzazione di rilievi che la mostrano allattata al seno della Dea¹⁷, e numerose Grandi Mogli Reali, come Nefertari, iniziarono a indossare le corna sormontate dal disco solare, confermando la propria protezione divina, sia di Iside sia di Hathor¹⁸. Le colonne dedicate a Hathor nei templi divennero molto più numerose e il suo status di Dea funeraria della parte occidentale di Tebe risultò sempre più evidente, soprattutto per via del complesso necropolare vicino a Deir el-Bahari, che Hatshepsut sembra avere contribuito a mantenere con forza come tradizione¹⁹.

Da questo momento, tuttavia, anche il suo culto popolare ha lasciato un corpus di testimonianze; sono state recuperate mitologie distintive su di lei, la più importante delle quali è il Mito della Mucca Celeste, rinvenuto per la prima volta nella tomba di Seti I²⁰. In quel mito fondativo dell’Egitto, l’umanità si ribella contro l’anziano Dio sole Ra; gli Dèi primordiali gli consigliano di inviare il suo Occhio e quell’Occhio discende “come Hathor”. Ella stermina gli uomini nel deserto, si compiace della strage e poi si trasforma nella furiosa Dea Sekhmet, la quale continua una nuova ondata di massacri fino a mettere in pericolo l’umanità. Ra la ferma facendo stendere birra tinta di rosso come sangue, in modo che ella la beva e si calmi. Hathor è l’Occhio terribile di Ra, distruttrice dei ribelli e, una volta placata, diventa la Dea che può essere allontanata dalla collera mediante l’ebbrezza e la gioia, sebbene nel testo stesso ciò avvenga solo “non percependo l’umanità”. Il testo è conservato in altre tombe reali del Nuovo Regno, sebbene alcune parti della tradizione possano essere più antiche. A partire da questo momento, l’iconografia di Hathor si lega anche a quella delle Dee leone e gatto, come Sekhmet²¹, i cui culti acquisiscono crescente importanza.

Il Terzo Periodo Intermedio mostra una crescente importanza delle narrazioni della grande Dea sviluppatesi dal corpus del Nuovo Regno, e questa supplica rivolta alla Dea vendicatrice affinché ritorni presenta forse un legame con le difficili condizioni in cui gli Egizi si percepivano²². Nel Periodo Tardo e con il ricorrente collasso dell’autorità imperiale, il simbolismo materiale di Hathor si fissò maggiormente in forme di culto proprie di località isolate, piuttosto che nel mantenimento di un culto statale, sebbene ella rimanesse una delle Dee egizie più popolari. Tuttavia, alcune innovazioni del suo status tra i fedeli sono ancora evidenti – a questo punto, come Ptah e Khnum, iniziò a essere associata più strettamente ai complessi mammisi, sempre più diffusi nei templi egizi²³.


TEMPIO DI DENDERA

1775690228701-png.10417


La straordinaria quantità di templi a lei dedicati supera quella di qualsiasi altra Dea egizia e questo fatto da solo dimostra quanto fosse ampiamente popolare Hathor nella vita religiosa quotidiana²⁴. Il periodo tolemaico portò un significativo rinnovamento del culto di Hathor su scala statale, associato alla regalità²⁵; il suo culto come Dea nazionale iniziò a raggiungere le dimensioni dei mille anni precedenti a quell’epoca. In particolare, l’opulento e vasto complesso templare di Dendera ad Abido, che fu costruito, ricostruito e progressivamente interrotto dal regno di Pepi I fino al tempo dell’Ignoranza²⁶, era dedicato a Hathor ma, in linea con il rinnovamento del suo culto, i Tolomei commissionarono le più imponenti espansioni di questo complesso per ravvivarne la fortuna²⁷. Una grande quantità dei suoi contenuti rappresenta il patrocinio della co-faraona femminile Arsinoe II Filadelfo, che fu divinizzata in relazione a Iside e Hathor sia all’interno del tempio sia al di fuori di esso²⁸. Il complesso di Dendera è uno dei templi meglio conservati dell’intero Egitto²⁹ e possiede centinaia di scene che coinvolgono la Dea, costituendo una fonte particolarmente ricca di informazioni per gli egittologi a partire dalla decifrazione dei codici linguistici della Stele di Rosetta.


Dendera, Encyclopædia Britannica 1911³⁰

Si può supporre che il progetto del tempio includesse un cortile colonnato davanti all’attuale facciata e torri piloniche all’ingresso; ma queste non furono mai costruite, probabilmente per mancanza di fondi. L’edificio, che è in arenaria, misura circa 300 piedi dalla facciata al fondo ed è composto da due rettangoli oblunghi; quello anteriore, disposto trasversalmente rispetto all’altro, è la grande sala ipostila o pronao, la parte più ampia ed elevata del tempio, larga 135 piedi e costituente circa un terzo dell’intera struttura; la facciata presenta sei colonne con capitelli hathorici e il soffitto è sostenuto da diciotto grandi colonne. Il secondo rettangolo contiene una piccola sala ipostila con sei colonne e il santuario, con le rispettive camere annesse. Il santuario è circondato da un corridoio nel quale si aprono le camere: sul lato occidentale si trova un ambiente che forma una corte e un chiosco per la celebrazione della festa del Nuovo Anno, la principale festività di Dendera. Sul tetto del tempio, raggiungibile mediante due scale, si trovano un padiglione e diverse camere dedicate al culto di Osiride. All’interno e all’esterno, l’intero tempio è ricoperto di scene e iscrizioni dai caratteri fitti, di significato cerimoniale e religioso; la decorazione si estende persino a una notevole serie di passaggi nascosti e camere, o cripte, ricavate nelle mura massicce per la custodia dei suoi tesori più preziosi.

Lo stile architettonico è dignitoso e armonioso nel disegno e nelle proporzioni. L’interno dell’edificio è stato completamente sgomberato: dall’esterno, tuttavia, il suo effetto imponente risulta in gran parte perduto, a causa dei cumuli di detriti tra i quali è sprofondato. A nord-est dell’ingresso si trova una “Casa della Nascita” per il culto del fanciullo Harsemteu e dietro il tempio un piccolo tempio di Iside, risalente al regno di Augusto. La fondazione originaria del tempio deve risalire a un’epoca remota: l’opera di alcuni dei primi costruttori è infatti menzionata nelle iscrizioni sulla struttura attuale. Gli scavi di Petrie nel cimitero dietro i recinti templari rivelarono sepolture risalenti a partire dalla IV dinastia, le più importanti delle quali sono mastabe del periodo compreso tra la VI e l’XI dinastia; molte di queste presentavano una peculiare degradazione dello stile scultoreo contemporaneo.


Lo Zodiaco di Dendera era originariamente collocato sul soffitto di una cappella di Osiride nel Tempio di Hathor a Dendera ed era ricoperto di scene astronomiche, incluso lo Zodiaco di Dendera che oggi si trova al Louvre, proveniente da una cappella sul tetto³¹. I rilievi di Dendera mostrano Divinità celesti, mappe stellari e rappresentazioni rituali della Dea del cielo Nut, che inghiotte e rigenera il sole. Esso costituisce la nostra principale fonte di conoscenza dell’astrologia egizia in generale.

Il per-wer, il santuario principale del tempio situato dietro il pronao e la sala ipostila, presenta in abbondanza le scene più importanti dedicate a Hathor²⁹. Ella è rappresentata come Divinità solare e il Mito della Dea Errante è anch’esso raffigurato nelle scene; il per-wer è la sede della sua presenza divina. Le pareti inferiori raffigurano processioni rituali e testi liturgici che mostrano i faraoni al cospetto di Hathor e di altre Divinità²⁹. Le anticamere situate davanti al per-wer funzionavano da zone di offerta agli Dèi; pertanto la Signora Divina era rappresentata nel suo ruolo di ricezione di tali offerte sulle pareti, mentre ai lati esistevano anche scale presumibilmente collegate al trasporto dell’immagine di culto di Hathor sul tetto del tempio³². Particolari variazioni tra le stanze delle ali del santuario sono distintive: la Stanza XI è dedicata all’identificazione di Hathor con la collana menat³³ e la sua figura di bambino divino, Ihy, nella Stanza X. Il wabet è uno degli elementi più nettamente singolari del tempio, poiché sembra trattarsi di una sala di purificazione legata alle celebrazioni del Nuovo Anno³⁴. Le cripte sotterranee sono anch’esse tra gli spazi più celebri di Hathor a Dendera; Barbara Ann Richter afferma che venivano utilizzate per conservare vasi sacri, iconografie divine, gioielli e oggetti rituali³⁵, mentre i rilievi presenti mostrano esplicitamente Hathor e Ihy. Al di fuori del tempio vero e proprio di Dendera, un anello di cappelle minori dedicate a Hathor punteggia il paesaggio circostante³⁶.

Il registro linguistico delle iscrizioni nel tempio è particolarmente interessante, poiché architetti e scribi scelsero di utilizzare uno stile specifico di egiziano arcaico risalente ai periodi del Medio e dell’Antico Regno (2.500 anni prima della sua costruzione), con alcuni neologismi appartenenti alla lingua contemporanea, per rappresentare le scene che coinvolgono le Divinità. Alcune formule delle scene del tempio risalgono anch’esse a millenni prima e la funzione divina del tempio costituisce un richiamo particolarmente evidente dell’autentica antichità di Hathor come Dea; esso è una testimonianza della potenza egizia destinata alla posterità. Barbara Ann Richter, nel suo studio di analisi linguistica, ha osservato come i riferimenti sacri a Hathor e i testi di adorazione rivolti alla Dea del cielo nel tempio siano completamente strutturati mediante doppi significati, ripetizioni verbali, giochi di parole e complessi schemi linguistici quasi intraducibili in inglese o in qualsiasi altra lingua moderna²⁹, ad esempio:


The Theology of Hathor at Dendera, Barbara Ann Richter²⁹
“Io elevo il tuo ka all’altezza del cielo”

sk3=t k3=t r k3 n pt

Le due occorrenze della radice k3 (“essere alto”), la prima come verbo causativo sk3 (“innalzare”) e la seconda come sostantivo k3 (“altezza”), creano un poliptoto. Queste due forme di “essere alto” incorniciano la parola k3 (“il ka”, ovvero l’anima o l’incarnazione di Hathor), sottolineando l’elevazione a cui il re la loda. La parola k3 suona molto simile alla radice che significa “essere alto”, ma deriva da una radice diversa e presenta una consonante iniziale differente. Vi è un ritmo in questa espressione che enfatizza l’elemento k3 tre volte. Inoltre, il geroglifico dell’uomo che solleva le braccia in adorazione, posto ai lati del k3 della Dea, crea l’immagine visiva di lei circondata dalla lode.

Un altro importante complesso cultuale di Hathor si trovava nell’antica capitale di Menfi, con una documentazione più discontinua³⁷, poiché i documenti attestano i suoi sacerdoti insediati lì nella necropoli fin dai tempi antichi e un tempio a nord della cinta muraria di Menfi durante l’Antico Regno. È noto dal record archeologico che il tempio originario di Hathor potrebbe avere contribuito a un secondo tempio a sud nel Medio Regno, e il tempio del Nuovo Regno del Sicomoro Meridionale è spesso attribuito come a lei dedicato³⁸. Recenti lavori archeologici indicano che questo tempio fu costruito durante la XVIII dinastia, poi rimaneggiato almeno due volte durante la XVIII e la XIX dinastia, mentre gli archeologi hanno rilevato un pilone, un cortile aperto, un pronao chiuso e capitelli a testa di Hathor come elementi architettonici significativi³⁹. Più avanti durante il periodo del Nuovo Regno, le costruzioni dello stesso Ramesse ebbero luogo nel suo distretto di Menfi come elementi aggiuntivi.

Elementi tebani del suo culto vennero a esistere in modo irregolare. L’antico faraone Menuhotep del Medio Regno integrò il culto della Dea-taurina nel suo tempio centrale e un sarcofago di una sacerdotessa di Hathor è stato rinvenuto sotto il complesso¹. Il rilievo del Met di Mentuhotep II e Hathor proviene dal santuario principale del suo tempio durante quel periodo, costruito dal faraone che “riunificò l’Egitto dopo l’era della disunità”. Centinaia di anni dopo, come detto, Hatshepsut perseguì una politica di costruzione di santuari dedicati a Hathor a Tebe accanto a triadi di altri Dèi e successivamente, presso il tempio funerario di Thutmose III di Djeser-Akhet, vicino alla necropoli funeraria di Luxor, Hathor possedeva un santuario¹⁹.

Era inoltre associata alla penisola del Sinai, che non faceva parte dell’Egitto propriamente detto, e al tempio di Serabit el-Khadim situato lì¹⁹, scavato nella roccia e contenente grotte artificiali costruite dedicate al suo culto; e, oltre alla qualità unica di questo spazio, anche le caratteristiche di questo tempio sono particolari, poiché gli archeologi hanno osservato che la disposizione del tempio è altamente irregolare. Hathor stessa sembra essere stata acclamata come Divinità principale della spedizione mineraria lì, forse indicando la sua connessione con pietre preziose e beni di valore. Un santuario di Hathor a Gebel Zeit è stato anch’esso rinvenuto nel Sinai¹⁹.

Un particolare complesso egiziano si trovava ad Atfih, noto come Busiri o Afroditepoli, dove sono state rinvenute iscrizioni dei suoi sacerdoti⁴⁰. Nel suo resoconto sulla gestione del bestiame sacro, Erodoto afferma che ad Atarbechis⁴¹ vi era “un tempio di Afrodite di grande sacralità”. Poiché gli autori greci utilizzano regolarmente Afrodite per rappresentare Hathor nei contesti egiziani, questo viene comunemente interpretato come un riferimento a lei piuttosto che alla Dea greca in quanto tale.


IL SACERDOZIO DI HATHOR

Era nota per essere servita sia da sacerdoti sia da sacerdotesse, una distinzione condivisa solo con Iside stessa. Nell’Antico Regno, le donne di alto rango potevano diventare sacerdotesse di Hathor, il che conferiva autorità religiosa. Curiosamente, oggetti a forma fallica venivano lasciati dagli uomini in venerazione di Hathor, il che suggerisce che esistesse una dimensione maschile del suo culto⁴².

Dancing for Hathor, Carolyn Graves-Brown¹

La prima Sacerdotessa di Hathor conosciuta fu Neferhetepes, figlia del re Radjedef, anche se nell’Antico Regno sembra che oltre 400 donne abbiano detenuto il titolo. Nella IV Dinastia, le donne della famiglia reale assumevano spesso il titolo, ma si trattava di principesse, non di mogli o madri di re, e dunque non avevano un’importanza miticamente centrale per la regalità. Il fatto che il titolo rh-t nswt (“Conoscente Reale”) sia spesso associato al titolo di “Sacerdotessa di Hathor” suggerisce che le sacerdotesse hathoriane facessero parte del circolo di corte. Alcune donne che erano sacerdotesse detenevano anche quello che sembra essere un titolo superiore, h- krt nswt (“Ornamento del Re”).

[..]

Un papiro della V Dinastia proveniente da Abusir mostra che le sacerdotesse ricevevano la stessa paga degli uomini e, pertanto, non erano considerate di status inferiore.


Hathor svolgeva la controparte femminile di Ra e assumeva un ruolo distinto come sua moglie. Le Grandi Spose Reali dei faraoni la esaltavano sempre più come loro patrona divina, e alcune, come Ashayet del Medio Regno, servirono sia come moglie del faraone sia come sacerdotessa di Hathor, al punto che la posizione di servizio verso Hathor si intrecciò con il culto reale. Nefertari, per esempio, beneficiò di questa associazione nel Tempio di Abu Simbel, dove è raffigurata come ancella di Hathor. Tuttavia, anche le faraone regnanti mostravano una netta tendenza ad appropriarsi della simbologia di Hathor. Quando Hatshepsut si autoproclamò faraone, allineò il proprio regno ad Hathor restaurando il santuario della Dea a Deir el-Bahari e si fece raffigurare mentre veniva allattata da lei. Anche nel tardo periodo tolemaico, Cleopatra VII adottò identificazioni con Hathor per presentarsi come una Dea vivente della fertilità e della ricchezza⁴³; i suoi rilievi a Dendera, infatti, presentano proprio questo tipo di iconografia⁴⁴.

In ogni caso, i titoli erano spesso ereditari e ricercati da tutte le classi:


The Hereditary Status of the Titles of the Cult of Ḥathor, Journal of Egyptian Archaeology, Marianne Galvin⁴⁵

I titoli hathorici godevano di un certo prestigio, desiderabile, e probabilmente indicavano una particolare disposizione alla devozione, al rispetto o all’intelligenza, anch’essa ritenuta desiderabile. Nel processo di scelta del coniuge tali qualità potevano essere ricercate. Inoltre, la cerchia di conoscenze di maschi e femmine idonei da cui si sarebbe scelto il coniuge poteva essere influenzata dalla partecipazione della madre al culto hathorico.


Oggetti votivi a Hathor chiedono una buona presenza davanti al Faraone, suggestiva del suo legame con il culto reale⁴⁶, oltre a implorare per una buona vita, una vita amorosa e destrezza nell’abilità, mentre su stoffa i devoti verrebbero rappresentati, talvolta con le loro famiglie, nell’atto di offrire alla Vacca Sacra.

1775690250994-png.10418


Le Sette Hathor e il Toro dell’Occidente in basso a sinistra

La mitologia principale di Hathor, con toni assai diversi rispetto al suo culto nella vita quotidiana, è narrata nei racconti del Nuovo Regno che coinvolgono le “Sette Hathor” del Destino⁴⁷ ⁴⁸, come il Racconto dei Due Fratelli e il Racconto del Principe Predestinato, un’allegoria delle forze planetarie in cui ella avverte gli individui del loro destino imminente. La rappresentazione di Hathor come Dea stellata era interconnessa alle idee di destino. Di conseguenza, alcuni ritrovamenti dagli scavi di Deir el-Medina⁴⁹ suggeriscono un legame con le Veggenti di Hathor, che erano un culto di pie donne psichiche. Anche i busti degli antenati erano collegati alla Dea:

Dancing for Hathor, Carolyn Graves-Brown¹

È stato dimostrato che su stele private e su stoffe votive, le donne sono raffigurate direttamente davanti a Hathor, senza l’intermediario maschile presente nelle raffigurazioni tombali.

Come detto sopra, la mitologia principale la vede assumere l’Occhio irato di Ra per diventare Sekhmet. Quando trasformata, in alcune versioni alternative, solo i frutti della civiltà, come la birra o l’ocra rossa, potevano placare la furia devastatrice di Sekhmet e ricondurre la sua coscienza alla forma più benevola di Hathor. Benevola e accessibile come Divinità dopo la sua pacificazione, il popolo egiziano celebrava comunemente i suoi riti. Gli Egizi chiamarono il mese di Hathor⁵⁰, che andava dall’inizio di novembre all’inizio di dicembre, prendendo il nome da lei. In questo periodo si tenevano feste in suo onore. Hathor era associata al lasciare andare e le sue celebrazioni tendevano a essere piuttosto vivide e tumultuose⁵¹.

Hathor divenne centrale nella Bella Festa della Valle⁵², una delle principali festività religiose dell’anno. Questa festività, risalente al Medio Regno, prevedeva originariamente che Amon di Karnak attraversasse il Nilo per visitare i cimiteri della riva occidentale. Le famiglie facevano picnic e onoravano i loro antenati defunti durante la processione. In origine Hathor non era direttamente coinvolta, ma nel Nuovo Regno la narrazione mitica venne ampliata, poiché la processione di Amon includeva un soggiorno notturno nel Tempio di Deir el-Bahari. La Festa della Valle assunse il suo simbolismo fertile e abbondante. Amon, rappresentando il sole rigenerato o la forza vitale, assicurava la rinascita della natura e dei defunti dal punto occidentale⁵³. Durante la festività, le donne tebane svolgevano il ruolo di sacerdotesse di Hathor; alcune parti delle celebrazioni includevano donne che danzavano con collane menat e sistri nella processione. Ella veniva inoltre celebrata in modo parallelo durante la festività della Bella Riunione, che celebrava in forma allegorica il suo matrimonio con Horus²⁹. La statua di Hathor veniva portata da Dendera con grande cerimonia fino a Edfu, il principale complesso ieratico del Dio Solare in Egitto. Le persone accorrevano da ogni città, da Dendera a Edfu, per assistere al trasporto della Dea, con celebrazioni e festeggiamenti senza fine che si svolgevano lungo il percorso. La Riunione era considerata un’unione ritualizzata che garantiva il rinnovamento cosmico e, nove mesi dopo, culminava nel Festival di Ihy, il figlio di entrambe le Divinità⁵⁴.

Hathor era spesso rappresentata su palette per la macinazione⁵⁵, essenziali nella vita quotidiana egiziana, incluso il kohl sempre presente, indossato dagli Egizi per proteggersi dalle infezioni oculari; alcuni commentatori hanno interpretato la presenza di Hathor come Occhio di Ra come legata a questa protezione. Queste palette talvolta raffiguravano il volto di Hathor o la sua forma intera, simbolizzando la ricerca della bellezza e della femminilità. Gli specchi egizi dei periodi antichi a volte riportavano il volto di Hathor, insieme a innumerevoli esempi di gioielleria⁵⁶, in particolare sotto forma di amuleti o pendenti. La civiltà considerava la bellezza come ornamento del divino, un’eredità della grazia di Hathor.

Preghiera a Hathor come Dea dell’Amore, Papiro Chester Beatty I⁵⁷

Che io possa venerare l’Aurea per onorare sua Maestà

ed esaltare la Signora del Cielo;

che io possa rendere adorazione a Hathor

e canti di gioia alla mia Signora celeste!

La supplico di ascoltare le mie petizioni

affinché mi mandi la mia amata ora!

Ed ella venne lei stessa a vedermi!

Che grande cosa fu quando accadde!

Io gioii, fui lieto, fui esaltato,

dal momento in cui dissero: “Oh, guardala!”

“Ecco, viene!” - e i giovani si inchinavano

per la loro immensa passione per lei.

Che io possa consacrare il respiro alla mia Dea

affinché ella mi doni il mio Amore come dono!

Sono ormai quattro giorni che prego nel suo nome;

che ella sia con me oggi!


Inoltre, gli attributi della Dea taurina nella mente egiziana erano associati alla musica, alla celebrazione e all’erotismo, così che il canto d’amore del Nuovo Regno tramandato mostra un giovane uomo che prega Hathor per il suo amore in tale prospettiva. Attraverso la celebrazione, l’intercessione e la danza, si credeva che la Dea intervenisse nelle questioni del cuore. Ella era comunemente associata alla danza in ogni sua forma⁵⁸, in particolare alle danze delle giovani donne e, in modo complementare, la sua simbologia era legata all’essere audace nella diretta espressione erotica. La sinergia tra Hathor e le donne è inoltre evidente nel fatto che le donne defunte potevano essere raffigurate come la Dea del cielo, il che rientra nella sua crescente identificazione con le defunte femminili¹. Nell’arte funeraria del Nuovo Regno e dei periodi successivi, le donne dell’élite talvolta apparivano sulle stele con i suoi attributi, assimilando così la sua protezione nell’aldilà⁵⁹. Questo tipo di stele funerarie provenienti dall’Egitto talvolta raffigurava la signora della casa nella forma di “Hathor dell’Occidente” che accoglieva i suoi parenti⁶⁰.

Hathor conduceva i morti in un’area in cui essi disponevano di alimenti e bevande senza fine come sostentamento ed era considerata una figura materna del Duat, spesso sincretizzata con “Colei dell’Occidente”, Imentet⁶¹. Bes era inoltre noto come compagno di Hathor ed era associato a lei in relazione al parto⁶².


SIMBOLISMO DI HATHOR

1775690263717-png.10419


Il suo nome significa “la casa o il palazzo di Horus”⁶³, e anche “la Casa dell’Anima”²⁹, il che indica che ella regna sull’incubazione del sole personale e dell’anima interiore, un processo che deve essere padroneggiato per completare il Magnum Opus. La Dea madre è associata alla giovenca come suo simbolo animale in modo eterno, il che è anche il motivo per cui è costantemente rappresentata con le corna di vacca sormontate dal disco solare e da un ureo serpentino.

Ciò si collegava naturalmente alla fertilità e alla maternità, poiché gli animali bovini sono noti come alcune delle migliori madri del regno animale. Vi è tuttavia una certa ambiguità riguardo al ruolo materno di Hathor in quanto tale, poiché, nonostante la sua costante attestazione come genitrice di Horus e Ihy, ella veniva spesso rappresentata in modo più ambiguo rispetto al ruolo materno in confronto a Iside⁶⁴. Ciò può essere indicativo del modo in cui i vitelli vengono separati precocemente dalle loro madri. Il suo simbolismo taurino era collegato a molti aspetti; le mucche sono comunemente note come animali gentili e afflitti, capaci di grande sensibilità emotiva e sottigliezza. Non sopportano di essere separate dai vitelli o (quando in estro) dai tori, una tendenza che le porta a muggire e a lamentarsi in segno di disperazione.

La civiltà del Nilo attribuiva grande importanza ai bovini per la propria continuità duratura⁶⁵. Le vacche sono fortemente nutrite dal sole e dai corrispondenti effetti solari sull’erba illuminata dal sole e su altri elementi di nutrimento di cui le vacche si alimentano, il che a sua volta sostiene gli esseri umani attraverso il risultato finale di latte, carne e innumerevoli tipi di pelli. La “casa” di Hathor e l’interazione tra il sole e la sopravvivenza della vacca sono rappresentate allegoricamente da questo animale in questo modo⁶⁶.

1775691837473-png.10426


Gli Egizi consideravano le mammelle della Dea come sacre, producendo un latte ritenuto essere la galassia della Via Lattea¹. La collocazione della terra si trova in un’area nettamente separata dalla maggior parte delle forme di vita intelligibile; Hathor, essendo una “casa”, contiene anche alcuni significati nascosti relativi a ciò. Hathor era comunemente rappresentata come un albero di sicomoro completamente isolato; il fico carnoso rosa, con il suo residuo lattiginoso collegato alla mammella, era uno dei suoi simboli nel culto⁶⁷. I sicomori erano anche convenzionalmente considerati luoghi d’incontro per gli amanti nei canti egizi come i Songs from the Grove⁶⁸ e ritenuti simboli romantici che alludevano alla fertilità⁶⁹, ma anche, paradossalmente, simboli di morte e di stati di transizione, liminali⁷⁰. Il sicomoro è costantemente associato a Hathor. Autori classici, come Lucrezio, associavano anche la vacca afflitta agli amanti alla ricerca dei loro partner perduti⁷¹.

Il latte di questa Dea, sia proveniente dalla vacca sia dal frutto del sicomoro, è anche allegorico della prima materia e dell’etere. L’uso di questo elemento come fondamento per le operazioni magiche e la sua impiegazione convenzionale come punto di partenza del Magnum Opus è come il latte nutriente di una balia. Oltre a essere raffigurata in forma taurina, era comunemente rappresentata anche come leonessa e come cobra nelle raffigurazioni egizie.

1775690274738-png.10420


Riproduzione moderna di sistri in faience

Un simbolo particolarmente vivido di Hathor, condiviso con Iside, Sekhmet e Bastet, è il sistro⁷², che è sempre rivestito della forma a U importante per la Dea. Spesso, i sistri erano ornati con manici floreali raffiguranti il papiro o il fiore di loto⁷³. Nell’uso quotidiano, esso veniva impiegato dal clero per purificare i templi e i santuari da qualsiasi influenza malefica⁷⁴. Il suono sibilante del serpente era evocato dal sistro e il suo caratteristico suono sibilante era considerato analogo alla presenza calma e benefica di Hathor.

1775690283424-png.10421


Malqata menat

La collana menat era anch’essa a lei legata come simbolo eterno ed è generalmente presente in qualsiasi area dell’iconografia di Hathor. La menat veniva tenuta in mano per mezzo del suo contrappeso, mentre le sacerdotesse lo utilizzavano come strumento a sonaglio⁷⁵. Si riteneva che fosse impiegato come simbolo per allontanare il male, al pari dei sistri, e veniva sepolto con il defunto

Un altro simbolo sottile di Hathor è la vulva⁷⁷, talvolta l’utero. Il tipico volto frontale di Hathor raffigurato sul sistro o sulle colonne e sulle statue è allegorico di questa forma, che è altrimenti attestata soltanto per Bes nello stile egizio. L’utero secerne latte uterino (histiotroph) dalle sue innumerevoli ghiandole per fornire nutrimento all’ovocita, all’embrione e al feto; l’utero inoltre spinge l’ovulo fecondato nella sua posizione corretta per iniziare la concezione. È la contrazione improvvisa e violenta dell’utero che costringe una donna al travaglio. La natura diretta di Hathor come Dea che discende con violenza può essere paragonata a questo processo.

La mirra, una sostanza calda e secca ma pura, era anch’essa associata a Hathor⁷⁸ come materiale di trasformazione nell’alchimia e per il suo impiego nelle pratiche di imbalsamazione. Come il sistro, la combustione della mirra era considerata purificante, ed era anche comunemente usata come antisettico oculare. La cavità degli organi nella sepoltura egizia veniva inoltre riempita con la mirra più pura⁷⁹ ⁴¹, un meccanismo di purificazione ma anche allegorico della piacevole vita ultraterrena che Hathor prometteva ai fedeli.

1775690782354-png.10424


La carta degli Arcani Maggiori di Hathor è l’Imperatrice rovesciata, che è probabilmente un’allegoria della sua forma adirata come Occhio di Ra. Questa carta segnala problemi di mancanza di crescita, tipicamente alludendo a questioni di femminilità, sovraffaticamento e sensibilità per il consultante, ma talvolta può alludere ai poteri terrificanti della natura e alla tirannia materna. La carta ha connotazioni di superficialità e volubilità. Occasionalmente può riferirsi a una fine o a una cessazione necessaria, a una necessaria retribuzione. In una nota più positiva, la carta spesso invita il consultante a correggere ciò che non gli piace di sé o della sua situazione soffocante invece di rimuginare e lamentarsi, e può anche informare il consultante a smettere di essere così serio e tirannico. Il rovesciamento di questa carta può anche mostrare il suo allineamento con Iside.

Il Sette di Coppe si riferisce forse fortemente alle Sette Hathor. Mostra un parallelo con la storia, poiché questa carta rappresenta molte scelte distinte che un consultante può compiere, alcune delle quali possono essere illusorie o completamente travolgenti. Questa carta può anche riferirsi al perfezionamento di sé e al tempo trascorso da soli, al disordine e alla dissoluzione, e ad altri aspetti relativi al flusso del tempo. È una carta di natura fortemente acquatica. La figura ombrosa si trova davanti a coppe con l’alloro, i gioielli, la Torre, la testa, il serpente, il drago e l’apparizione che mostrano distinti aspetti occulti. Qualunque cosa la carta suggerisca, suggerisce una disconnessione con una realtà attuale in un modo che necessita integrazione. Questa carta è anche indicativa del legame di Hathor con l’incarnazione, la revisione delle scelte e la guida dei morti.


CONTESTO GOETICO

Nella Goetia, Hathor veniva resa come un grande e temibile dromedario maschile del deserto, con la capacità di parlare egiziano con voce profonda, il demone conosciuto con il nome di Uval, Uvall, Wal e altri nomi. L’ottenimento dello specifico amore delle donne è un retaggio del corpus egizio come Dea del romanticismo, e l’appartenenza all’ordine delle potestà mostra l’immenso potere di questa Dea.

Pseudomonarchia daemonum, Johann Weyer⁸⁰
Vuall è un grande duca e potente; viene visto come un grande e terribile dromedario, ma in forma umana, e pronuncia con voce profonda la lingua egizia. Questo essere, più di ogni altro, procura lo speciale amore delle donne e conosce le cose presenti, passate e future, favorendo l’amore di amici e nemici; apparteneva all’ordine delle potestà e governa trentasette legioni.


BIBLIOGRAFIA

¹ Dancing for Hathor: Women in Ancient Egypt, Carolyn Graves-Brown

² Osiris, Hathor, the Gendered Dead, Christina Riggs

³ Offerings to Hathor, Geraldine Pinch

⁴ Utterance 506, Pyramid Texts
Formula 506, Testi delle Piramidi

⁵ Utterance 303, Pyramid Texts
Formula 303, Testi delle Piramidi

⁶ Utterance 282, Pyramid Texts
Formula 506, Testi delle Piramidi

⁷ Reading the Menkaure Triads, Part I, Florence Dunn Friedman

⁸ Predynastic Precursors to the Festival of Drunkenness, Victoria Jensen

⁹ The Cult and Nome of the Goddess Bat, Henry G. Fischer

¹⁰ Statuetta femminile, Medio Regno, ca. 2040–1640 a.EV., The Met

¹¹ Spell 276, Coffin Texts
Incantesimo 276, Testi dei Sarcofagi

¹² Spell 331, Coffin Texts
Incantesimo 331, Testi dei Sarcofagi

¹³ Spell 558, Coffin Texts
Incantesimo 276, Testi dei Sarcofagi

¹⁴ Hathor and her Festivals at Lahun, Zoltán Horváti, The World of Middle Kingdom Egypt (2000–1550 BC)

¹⁵ Anthropomorphic Supports in Ancient Egyptian Architecture, Katalin Czellár

¹⁶ Priestesses of Hathor: Their Function, Decline and Disappearance, R.A. Gillam, JARCE

¹⁷ Milk in Ancient Egyptian Religion, M. Ivanova

¹⁸ House of Eternity: The Tomb of Nefertari, Getty Conservation Institute

¹⁹ Votive Offerings to Hathor, Geraldine Pinch

²⁰ Myth of the Heavenly Cow, Nadine Guilhou, UCLA Encyclopedia of Egyptology

²¹ Sekhmet & Bastet: The Feline Powers of Egypt, Lesley Jackson

²² Egypt in the Third Intermediate Period, the Met Museum

²² Mammissi, Institute for the Study of Ancient Cultures: West Asia & North Africa, the University of Chicago

²⁴ The Religious Role of the Egyptian High Priestess

²⁵ The Creation of New “Cultural Codes”: The Ptolemaic Queens and Their Syncretic Processes with Isis, Hathor, and Aphrodite, Martina Minas-Nerpel

²⁶ Dendara at Its Origins: New Evidence for a Pre- and Early Dynastic Settlement Site in Upper Egypt, Gregory Marouard, no. 3, Vol. 80, Near Eastern Archeology

²⁷ Dendera, Sapienza: Universita di Roma

²⁸ Ptolemaic royal sculpture from Egypt: the Greek and Egyptian traditions and their Interaction, Sally Ann-Ashton

²⁹ The Theology of Hathor at Dendera, Barbara Ann Richter

³⁰ Dendera, Encyclopædia Britannica (1911 edition)

³¹ Dendera, Louvre

³² The New Year Procession in the staircase at Edfu and Dendara, Angélique Corthals

³³ Dendera Temple Complex, Part 5, The Ancient Egypt: All About Egypt

³⁴ The Egyptian Egyptologists’ Publications of Dendera Chapel, A. Wahby

³⁵ Die Texte in den unteren Krypten des Hathortempels von Dendera: ihre Aussagen zur Funktion und Bedeutung dieser Räume, Wolfgang Waitkus

³⁶ PATHS ERC, “Dendera”

³⁷ Hathor and Thoth, C.J. Bleeker

³⁸ The Title H3.ty-o.w H3 |nb.w n.w PtH, “Mayor of Beyond the Walls of Ptah”, and Early 19th Dynasty Temple Building at Memphis, Nico Staring

³⁹ Rilievo di Mentuhotep II (Nebhepetra) e della dea Hathor, Medio Regno, ca. 2010–2000 a.E.V., The Met

⁴⁰ Some Unpublished Monuments from Atfih Necropolis, Muhammad A. El-Tonssy

⁴¹ Histories, Herodotus
Le Storie, Erodoto

⁴² Figure, votive phallus, ROM
Figura, fallo votivo, Royal Ontario Museum

⁴³ The Religious Identification of Ptolemaic Queens With Aphrodite, Demeter, Hathor and Isis, Branko Fredde van Oppen de Ruiter

(Parte I)
 
Aristaios
Sacerdote Novizio Karnonnos
1 aprile 2026


Aristaios

Aristaios, noto anche come Agreos e Nomios, è un eroe divino associato a molteplici attività agricole e civilizzatrici. Egli era conosciuto come il primordiale apicoltore, che perfezionò tutte le forme di coltivazione del miele e la progettazione dell’alveare¹, il casaro per eccellenza², il maestro di tutti i pastori, un esperto di cani e della caccia, l’innovatore di molte tecnologie fondamentali per l’uomo nella gestione della campagna, della lavorazione delle olive e, insieme al figlio adottivo Dioniso, uno dei principali innovatori della vinificazione. Un aspetto più occulto riguardava il suo dominio sui venti, l’arte dell’augurio e il compiacere le energie della Stella del Cane, Sirio. La portata del suo culto era particolarmente celebre in Tessaglia³ e nelle isole greche. I miti dei Greci e dei Romani narravano che Aristaios raggiunse un’apoteosi mistica⁴ e divenne una forza divina in quanto vero figlio di Apollo. L’eroica Divinità rurale occupava un posto significativo nel cuore pulsante dell’Antichità come uno dei progenitori della civiltà.

Egli emerge nel mito soprattutto dal corpus di Esiodo⁵. Nel suo catalogo frammentario di donne, egli attribuisce ad Aristaios il titolo di figlio di Apollo Nomios e di Cirene. Il centauro Chirone⁴ profetizza a Cirene, originaria della Tessaglia (Haimonia), che ella avrà un figlio, dopo il quale una grande città sarà fondata in suo nome. Si precisa altrove che Aristaios era figlio di questa fiera e bellissima pastora, che, nel racconto di Nonnus, Apollo incontrò dopo avere ucciso un leone, e poi condotta in Libia su un “carro da briganti”. Apollonio Rodio⁶ narra che ella stava pascolando le sue pecore e custodendo il gregge, quando fu condotta nelle terre delle Nymphai in Libia dal Dio solare innamorato. I resoconti mitologici affermano che Aristaios fu allevato o dalle Ninfe, per intervento di Apollo presso le sorgenti della conoscenza, oppure lasciato nella grotta di Chirone⁶ affinché il centauro lo educasse come un trovatello. Nel resoconto distintivo di Pindaro, Hermes lo prese da sua madre perché fosse allevato dalle Ore e da Gaia stessa⁴. In ogni caso, mentre era impiegato come giovane pastore, ciascuna figura parentale gli insegnò ogni singola arte rustica esistente fino al grado dell’eccellenza.

1775064825743-png.10298

Aristaios, Met kothon

Raggiunta l’età adulta, Agreos diffuse allora miracolosamente le sue arti in tutta la campagna, arricchendola a partire da una condizione di base aspra e precaria; egli insegnò ogni arte della pastorizia ai proprietari di pecore e capre⁷, insegnò ai mandriani come nutrire le loro vacche¹, creando le premesse per una corretta agricoltura, e istruì i cacciatori su come controllare i loro segugi. Il grande eroe bucolico è inoltre accreditato dell’invenzione di beni civilizzati che costituirono le basi per la produzione e lo scambio nel mercato: merci come latte, uva, pelli e altri prodotti⁸. Oppiano afferma che egli fu il primo casaro inconsapevole, che combinò latte cagliato con caglio, e il primo a comprendere l’arte delicata della spremitura delle olive. Il suo culto divenne profondamente integrato nella vita rurale della regione della Beozia, fatto che Virgilio riporta come una tradizione trasmessa da Esiodo, poiché quella fu la prima area di cui egli si prese cura; ma con il passare del tempo fu considerato un salvatore da diverse regioni bucoliche al di fuori di essa⁹.

Cinegetica, Oppiano²
Aristaios… istruì gli uomini che vivevano in campagna in innumerevoli arti; egli fu il primo a stabilire il gregge di pecore; fu il primo a spremere il frutto dell’ulivo selvatico oleoso, il primo a cagliare il latte con il caglio.

In alcuni casi, Aristaios è il padre adottivo immediato di Dioniso con sua figlia Macri². Questo episodio è altresì associato a una competizione allegorica tra Dioniso, che inventò il vino, e Aristaios, che inventò il miele. Pur riconoscendo Zeus il valore del miele e votando Apollo fermamente per l’invenzione del figlio, agli Dèi provoca nausea consumarne troppo, mentre il vino è sempre ben accolto, conducendo Dioniso alla vittoria nella contesa. Successivamente, egli è considerato parte della scorta di quest’ultimo per conquistare l’India con un esercito di truppe Achee e cani da pastore, sebbene lo faccia con riluttanza a causa della sconfitta¹; egli effettua attacchi sul campo e utilizza le arti curative del padre solare per salvare i combattenti e cura pazientemente le loro ferite. Si narra che sia salvato dall’annegamento nel fiume Idaspes grazie all’intervento di Apollo sotto forma di cigno. In ultimo, diventa il marito di Autonoe, figlia del re Cadmo di Tebe¹⁰ con la maggior parte dei miti che narrano di un matrimonio prospero, suscitato dalla consapevolezza del re riguardo alle sue gesta.

Aristaios e Autonoe hanno un figlio maschio, Aktaione. Il figlio cacciatore e ambizioso è talvolta allevato da Chirone, e nelle Dionisiache egli esorta Aktaione a partecipare a giochi in stile olimpico durante la campagna in India, dimostrando il suo straordinario talento come cavaliere. Tuttavia, a causa delle sue ambizioni e dei suoi grandi talenti, si sottintende che il figlio di Aristaios sia preso dall’hybris o da una generale mancanza di prudenza. Guardando di nascosto la Dea vergine Artemide mentre faceva un bagno nuda e preso dal desiderio per una Divinità, egli viene trasformato in cervo e fatto a pezzi dai propri cani da caccia¹¹ ¹². I genitori tentano di cercare il loro figlio, ma ciò si rivela tragicamente inutile e, alla fine, l’infelice Aktaione riesce a comunicare con il padre soltanto nella forma eterea di un cervo attraverso i sogni, dove dice ad Aristaios di consultare suo padre all’Oracolo di Delfi. Diodoro⁷ accenna che il figlio agisse sotto l’influenza malefica della bella stella Sirio; Apollo informa Aristaios che la popolazione di Keo sta morendo a causa di una maligna carestia o pestilenza, per l’effetto punitivo dell’energia di quella stella dall’alto, richiedendo il suo intervento. Tuttavia, le Dionisiache offrono una cronologia completamente distinta di questa vicenda¹: al momento delle nozze con Autonoe, Aristaios è già chiamato Kaion e si dice abbia placato la stella prima di sposare la sua sposa o generare figli, dopo di che avviene la tragedia di Aktaione, una cronologia con cui sembra concordare Pausania, poiché si afferma che la morte del figlio lo spinge a lasciare il paese. Le Argonautiche semplicemente confermano che egli lasciò la Tessaglia e si recò da solo a Keo⁶, mentre il frammento delle Aetia di Callimaco spiega i tentativi infruttuosi di Zeus Aristaios Ikmaios di placare la stella¹³.

Aristaios arruola i figli di Licàone per la missione di soccorrere Keo. Quando Aristaios vi naviga, grande rilievo è dato al suo vittorioso propiziamento di Zeus, che compie costruendo un maestoso altare pubblico⁶ o, in alternativa, celebrando rituali segreti sulle colline. Le sue azioni inducono la Divinità primordiale a inviare i sacri venti Etesi per quaranta giorni, che nutrono i campi facendoli crescere abbondanti o liberano la terra dalla pestilenza, rendendo possibile alleviare le sofferenze dei Kei a causa del bagliore della sfortunata Stella del Cane. Attraverso il suo compendio astrologico, Igino afferma che la terra era stata maledetta dal cane Maira di Icaro dell’Attica, poiché il suo padrone era stato ucciso dai pastori Kei¹⁴. Dopo l’impiccagione di sua figlia Erigone, quando ella scoprì l’orribile verità, il disperato cane si tolse la vita e inflisse al popolo un calore rovente e incessante ascendendo come stella, chiamata anche eponimamente Maira, Procione o Sirio dai Greci. La morte di Icaro viene espiata soltanto mediante sacrificio per comando di Apollo, comando che suo figlio devoto esegue¹⁴. Per aver salvato Keo, Aristaios è commemorato come Kaion e amato sull’isola per sempre, noto come il salvatore dell’isola e il protettore del popolo, colui che venne a redimere i pastori.

Secondo le Georgiche di Virgilio, dopo che Aristaios causò involontariamente la morte di Euridice perseguendola con desiderio e facendola mordere da un serpente velenoso³, le sue api si ammalarono e morirono, tema ricorrente anche in altri scritti. In alcuni casi, questo costituisce il preludio alle sue future tragedie. Gli fu ordinato di placare il suo spirito, secondo la volontà irritata delle Ninfe, sacrificando un toro o dodici animali in maniera specifica. Dopo aver compiuto ciò, nuovi sciami di api emersero dalle carcasse - un miracolo noto come bugonia, che lo rese maestro dell’apicoltura. Si tratta di un’altra allegoria occulta legata al simbolismo bovino e apistico. Dopo tutti questi eventi, si dice che Aristaios disperasse della Grecia, lasciò i suoi discendenti a Keo e si trasferì sull’isola di Sardegna con una nuova scorta. Egli fu grandemente onorato in Sicilia, secondo Diodoro:

Biblioteca Storica, Diodoro Siculo⁷
Ci viene inoltre riferito che Aristaios lasciò discendenti sull’isola di Keo e poi ritornò in Libia, da dove partì con l’aiuto di sua madre, una Ninfa, e approdò sull’isola di Sardegna. Qui stabilì la sua dimora e, amando l’isola per la sua bellezza, vi avviò piantagioni e la portò sotto coltura, mentre prima giaceva incolta. Qui generò due figli, Kharmos e Kallicarpo.

Aristaios fu ampiamente venerato sia in Beozia sia in Tessaglia, ma le fonti classiche sono vaghe riguardo a cosa ciò implichi, forse indicando il suo status di Dio della campagna astratto. Il suo unico santuario costruito sembra essere esistito a Olbia, nell’odierna Francia, dove gli autori di un progetto del CNRS mostrano che le rovine dei santuari di Olbia hanno restituito “diverse centinaia di iscrizioni greche, tutte dedicate al Dio greco Aristaaios”, e OpenEdition riassume il sito come aver prodotto più di 600 vasi, circa 350 dei quali iscritti in greco con una dedica all’eroe¹⁵ ¹⁶. La tradizione euboica collega Aristaios e sua figlia Macri al suddetto nutrimento di Dioniso sull’isola², ed è quindi esplicitamente menzionato che Dioniso fu allevato in una grotta sacra sull’isola connessa a questa mitologia. La rappresentazione drammatica antica più chiara che associa Aristeo alla profezia stessa è nelle Argonautiche. Dopo aver descritto Aristeo come figlio di Apollo e di Cirene, Apollonio Rodio afferma che le Muse gli insegnarono le arti della guarigione e della profezia:

Argonautiche, Apollonio Rodio⁶
Ma egli prese il suo figlio neonato per farlo allevare da Cheirone (Chirone) nella sua grotta. Quando il fanciullo fu cresciuto, le divine Mousai (Muse) gli trovarono una sposa, gli insegnarono le arti della guarigione e della profezia, e lo resero pastore di tutte le loro greggi che pascolavano nella pianura Atamantia in Ftia, intorno al Monte Otri e nella valle del sacro fiume Apidano.


SIMBOLISMO

1775064739086-png.10297

Antinoo come Aristaios (?)

Ancora in relazione al suo status di Dio rustico e rurale della natura, l’unica possibile scultura classica esistente di Aristeo raffigura il giovane divino Antinoo in abiti agrari, attualmente conservata al Louvre¹⁷, rendendola un tributo piuttosto che una rappresentazione strettamente diretta di questo Dio. Occorre cautela nell’interpretarla come un simbolo visivo completo, soprattutto perché fonti più antiche attribuivano questa statua a Vertumno, per cui l’identificazione non è del tutto priva di incertezze. Egli indossa un cappello rustico da sole, identificato da alcuni come un petaso, una corta tunica chiamata exomis, una cintura detta ceinture, mentre tiene in mano una zappa. L’iconografia più autentica è quella di un kothon in cui un giovane alato è identificato come Aristeo¹⁸. Un’altra rappresentazione si trova in una varietà di monete di Keo, presumibilmente con la sua testa su un lato, e sul rovescio un cane disteso, che rappresenta Sirio o Maira stessa, circondato da raggi splendenti¹⁹. Tra le descrizioni fisiche, un frammento di papiro egiziano da Ossirinco²⁰, che conserva il Catalogo delle Donne di Esiodo, descrive Aristeo come dotato di splendida chioma:

P. Oxy. 2489²
Ἀρισταῖον βαθυχαίτην
σὺν Ἑρμῇ Μαιάδος υἱεῖ
έπικόπος ἤδε νομήων
ι βώματα καλά

Aristeo dalla folta chioma
insieme a Hermes, figlio di Maia,
protettore dei pastori
e delle belle greggi

Gran parte del simbolismo di Aristeo è legato al contrasto degli effetti della stella Sirio nel suo sorgere eliaco, una stella descritta come bella ma maligna in molti testi greci, come nell’Iliade, dove lo stesso Achille è paragonato alla sua natura infausta e pericolosa²¹. Gli antichi associavano questa stella soprattutto alla comparsa delle malattie. L’apparizione della stella all’alba segna il culmine dell’estate e il pericolo della stagione, quando i raccolti sono sottoposti a un calore rovente, il corpo si dissecca, le febbri dilagano e la debilitazione raggiunge il suo apice. Alleviare la condizione dell’uomo, così precaria durante i mesi estivi dell’antichità, è un aspetto spesso trascurato delle sue invenzioni mitologiche.

1775064913935-png.10299


L’ape è un simbolo importante per lui per molte ragioni, alcune delle quali sono essenzialmente evidenti. Un’ape vive in un alveare, che serve da dimora sicura e a temperatura controllata per conservare il miele, il polline e allevare la prole. Esse seguono gerarchie rigorose e presentano fenotipi distinti, come, ad esempio, la distinzione tra un’ape regina e un’operaia. Questi animali sono adattabili e possono costruire i loro alveari su alberi cavi, tra pareti, tetti o persino sospesi ai rami. Le api cercano instancabilmente il cibo e attaccano come un’unità; tutto ciò costituisce metafore per i necessari dolori della nascita e le fasi iniziali di qualsiasi civiltà. Il più grande mistero di tutti, naturalmente, è come l’ape mantenga il volo con ali così fragili e piccole: ciò avviene grazie a movimenti rapidi e alla creazione di sacche d’aria basate sulla percezione del flusso d’aria. La natura profetica dell’eroe Aristaios è insita nel suo simbolo teriomorfo.

L’altro mistero della forma esagonale dei favi ha lasciato perplessi i matematici per millenni, un problema noto come la Congettura del Favo. Nell’antichità, la forma esagonale era associata alla struttura, trasformando l’ordine naturale in efficienza. Marco Terenzio Varrone osservò le proprie api e propose che le strutture esagonali costruite dalle api mellifere dovevano essere più compatte di qualsiasi altra forma²². Ricerche successive ne riconoscono semplicemente la forma come la più efficiente per un’ape, comportando il minor dispendio energetico²³, collegandola simbolicamente alle varie invenzioni che Aristaios donò all’umanità. La forma astratta del cubo insita nell’esagono era altresì associata alla stessa terra, come approfondito dal dialogo di Platone nel Timeo²⁴.

Tutti gli animali sono sotto la guida di Aristaios, il comunicatore con le bestie per eccellenza. Anche questo ha un forte valore simbolico, poiché rappresenta la capacità di coltivare energie selvagge e incontrollate a beneficio dell’iniziato, permettendogli di acquisire capacità profetiche. Occorre ricordare che la maggior parte degli altri eroi greci deve comunicare con gli animali per poter progredire in qualsiasi impresa: Eracle con gli uccelli dello Stinfalo e i cavalli antropofagi di Diomede, Valerefon e Perseo con Pegaso, Edipo con la Sfinge, tra gli altri. L’unica che supera la sua autorità nel regno animale è la grande cacciatrice olimpica, Artemide, la cui forma nuda, se osservata, conduce alla tragica fine del suo stesso figlio.

1775064503401-png.10296


Una delle principali statue moderne di Aristeo è Aristée, dieu des jardins, di François Joseph Bosio, esposta al Salon del 1817 nel Regno di Francia.

1775064359333-png.10294


La sua carta dei Tarocchi dei Maggiori è La Forza, che mostra una donna incoronata di alloro, vestita di vesti fiorite, mentre trattiene per le mascelle un leone, immersa in un paesaggio rurale aperto e sereno, con una montagna alla sinistra. Questa carta rappresenta la necessità di mantenere la calma sotto una forte pressione. È richiesta la forza interiore, proprio come Aristaios mise da parte il suo lutto e si prese cura del suo amato figlio per recarsi a Keo e salvare il popolo che aveva bisogno di lui. Le mascelle del leone feroce e temibile, trattenute aperte da un paio di mani, possono rappresentare la necessità che la fanciulla riveli i suoi segreti in un linguaggio comprensibile, qualcosa che l’umanità ha realmente bisogno di conoscere. Metaforicamente, la carta tratta dell’addomesticamento di ciò che è animale, tumultuoso e pericoloso dentro di noi, imparando a controllare i desideri attraverso la mente umana e civilizzata, un’altra ragione per cui l’eroe rustico dei Greci si colloca sulla soglia tra brutalità e civiltà.

1775064376990-png.10295


Sotto molti aspetti, Aristaios è profondamente simboleggiato dal Dieci di Bastoni. La figura è completamente vestita di arancione e d’oro alla luce del giorno. In primo luogo, raccoglie il fascio o i fasci di bastoni tra le braccia mentre fatica, incapace di vedere chiaramente. La carta indica uno stress immenso, il completamento di un grande e faticoso impegno senza apparente fine, quasi come se ci si trovasse nell’oscurità in pieno giorno. Tuttavia, la villa in lontananza è ancora visibile oltre il fascio di bastoni, il che conferisce alla carta la lettura più ottimistica per il consultante: la fine di qualsiasi grande fatica è ormai a portata di mano. Questa carta può anche rappresentare un richiamo disperato a tornare alle basi, a vigilare contro l’inganno, compreso l’autoinganno di lavorare eccessivamente. Sedersi e “rivolgere lo sguardo alle semplici gioie della vita” può essere raccomandato con il Dieci di Bastoni, anche nel caso di estrazione rovesciata.


CONTESTO GOETICO

Nella Goetia, egli è reso come l’entità Caim, Caym o Cameo, collegata al suo epiteto di Kaion. L’epiteto Cameo è associato alla funzione di un Quadrato Magico, mentre egli era rappresentato assumendo la forma di un uccello, e si dice che comprenda tutti gli animali e conosca tutti gli eventi futuri.

Pseudomonarchia Daemonum, Johann Weyer
Caim è un grande presidente, che assume la forma di un tordo, ma quando prende sembianze umane risponde tra ceneri ardenti, portando nella mano una spada assai affilata. Egli rende gli uomini eccellenti disputatori e concede loro la comprensione di tutti gli uccelli, del muggire dei buoi, dell’abbaiare dei cani e anche del suono e del rumore delle acque. Risponde nel modo migliore riguardo alle cose future. Egli apparteneva all’ordine degli angeli e governa trenta legioni di demoni.


BIBLIOGRAFIA

¹ Dionysiaca, Nonnus
Dionisiache, Nono di Panopoli
² Cynegetica, Oppian
Cinegetica, Oppiano
³ Georgics, Virgil
Le Georgiche, Virgilio
⁴ Ninth Pythian Ode, Pindar
Odi pitiche, Pindaro
⁵ Catalog of Women, Hesiod
Catalogo delle donne, Esiodo
⁶ Argonautica, Apollonius Rhodius
Le Argonautiche, Apollonio Rodio
⁷ Diodorus Siculus, Library of History
Biblioteca storica, Diodoro Siculo
⁸ Nonnus of Panopolis in Context II: Poetry, Religion, and Society
⁹ Aristaeus, Alan H. Griffiths, Oxford Research Encyclopedia
¹⁰ The Library, Apollodorus
La Biblioteca mitologica, Apollodoro
¹¹ Pausanias, Description of Greece
Periegesi della Grecia, Pausania
¹² The Bath of Pallas, Callimachus
Il bagno di Pallade (frammenti), Callimaco
¹³ Aetia Fragment, Callimachus
Aetia (frammenti), Callimaco
¹⁴ Astronomica, Hyginus
Astronomica, Igino
¹⁵ Sanctuaires d'Olbia, Les sanctuaires urbains et extraurbains d’Olbia de Provence (Hyères, Var), Archéologie et histoire de la Méditerranée et de l’Egypté de la Préhistoire au moyen age
¹⁶ Les dédicants gaulois du sanctuaire d’Aristée de la chôra d’Olbia de Provence (Hyères, Var) connaissaient-ils le gallo-grec ?, Michel Bat
¹⁷ statue, Louvre
Statua, Louvre
¹⁸ Terracotta tripod kothon (vessel for perfumed oil), attributed to the Boethian dancers, The MET
Kothon tripode in terracotta (vaso per olio profumato), attribuito ai danzatori boei, The MET
¹⁹ coin, 1949,0411.694, British Museum
Moneta, British Museum, inv. 1949,0411.694
²⁰ Oxyrhynchus Papyrus 2489, fragment of Catalog of Women by Hesiod
Papiro di Ossirinco 2489, frammento del Catalogo delle donne di Esiodo
²¹ The Iliad, Homer
Iliade, Omero
²² De re rustica, Varro
De re rustica, Marco Terenzio Varrone
²³ The Honeycomb Conjecture, Thomas C. Hales
²⁴ Timaeus, Plato
Timeo, Platone
²⁵ Pseudomonarchia daemonum, Johann Weyer
 
⁴⁴ Cleopatra in the Temples of Upper Egypt: The Evidence of Dendera and Armant, John Ray

⁴⁵ The Hereditary Status of the Titles of the Cult of Ḥathor, Journal of Egyptian Archaeology, Marianne Galvin

⁴⁶ The Egyptian Expedition, H.E. Winlock

⁴⁷ The Tale of the Doomed Prince
Il racconto del principe predestinato

⁴⁸ The Tale of the Two Brothers
Il racconto dei due fratelli

⁴⁹ The Priesthood of Hathor at Deir el-Medina: Devotion to the Goddess by her Clergy and Their Families, Barbara Ann Richter, Weseretkau “Mighty of Kas”

⁵⁰ Ancient Egyptian Calendars, Handbook of Archaeoastronomy and Ethnoastronomy

⁵¹ Looking Beyond the Image: An Exploration of the Relationship Between Political Power and the Cult Places of Hathor in the New Kingdom, Liz Warkentin

⁵² The Rituals of Love in Ancient Egypt: Festival Songs of the Eighteenth Dynasty and the Ramesside Love Poetry, John C. Darnell

⁵³ Religion and Ritual in Ancient Egypt, Helen Strudwick

⁵⁴ The Ancient Egyptian Daybook

⁵⁵ Through a Glass, Darkly: Reflections on the Translation and Interpretation of Exodus 38:8, Laura Quick, The Catholic Biblical Quarterly

⁵⁶ Bronze Mirror with the titles rht-nsw hm(t)-ntr Hwt-hr, Caroline Ellis, Vol. 70, The Journal of Egyptian Archaeology

⁵⁷ Prayer to Hathor as Goddess of Love, Papyrus Chester Beatty
Preghiera a Hathor come Dea dell’Amore, Papiro Chester Beatty I

⁵⁸ Looking Beyond the Image

⁵⁹ Hathor in ‘spheres of belonging, Anna McClymont

⁶⁰ Joyful in Thebes: Egyptological Studies in Honor of Betsy M. Bryan, Vol 1., Material and Visual Culture of Ancient Egypt

⁶¹ Functions and Uses of Egyptian Myth, Katja Goebs and John Baines

⁶² Lovely Ugly Bes! Animalistic Aspects in Ancient Egyptian Popular Religion, Branko Fredde van Oppen de Ruiter

⁶³ The Routledge Dictionary of Egyptian Gods and Goddesses, Second Edition, ed. George Hart

⁶⁴ The Effect of the Legend of Osiris on the Behaviour of King Ptolemy, EKB

⁶⁵ Rethinking ‘Cattle Cults’ in Early Egypt

⁶⁶ Solar radiation and temperature as predictor variables for dry matter intake in beef steer, Mustapha Yusuf, et al.

⁶⁷ The Sycamore in Ancient Egypt – Textual, Iconographic & Archaeopalynological Thoughts, Mohammed Azzazy, Azza Ezzat, Liber Amicorum–Speculum Siderum

⁶⁸ Songs from the Grove

⁶⁹ The Rituals of Love in Ancient Egypt: Festival Songs of the Eighteenth Dynasty and the Ramesside Love Poetry, John C. Darnell

⁷⁰ Book of the Dead: Becoming God in Ancient Egypt, ed. Foy Scalf

⁷¹ De rerum natura, Lucretius
De rerum natura, Lucrezio

⁷² Voiced or Silent? The Sound of the Sistrum in Ancient Egypt, Katarzyna Tatoń, Analecta Archaeologica Ressoviensia

⁷³ Distanziale con busto di Hathor, Terzo Periodo Intermedio (incluso periodo kushita), ca. 1070–664 a.E.V., The Met

⁷⁴ A magical rattle, unlike the others!, National Archaeological Museum of Athens

⁷⁵ The Goddess Meret, Amparo Arroyo de la Fuente, Vol. 47, Music in Art

⁷⁶ MIDDLE KINGDOM PERIOD, EKB Journals

⁷⁷ The Anasyrma Fertility Ritual in Ancient Egypt: from Hathor to Hermaphroditus, Valentina A. Beretta, Volume 10 of the Birmingham Egyptology Journal

⁷⁸ Egyptian Mummies, Grafton Elliot Smith and Warren Royal Dawson

⁷⁹ A REVIEW ON THE MATERIALS USED DURING MUMMIFICATION PROCESSES IN ANCIENT EGYPT, Mediterranean Archaeology and Archaeometry, Gomaa Abdel-Maksoud, Abdelrahman Elamin

⁸⁰ Pseudomonarchia daemonum, Johann Weyer

(Parte II)
 

Official Temple of Zeus Links

Back
Top